37 SECONDS (37 sekanzu, 2019), Hikari

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Yuma Takada (Mei Kayama ) è una giovane disabile che lavora come mangaka, sfruttata per il suo talento da un’amica senza scrupoli. La sua vita è resa ancora più difficile dalla madre, fragile e iperprotettiva. Desiderosa di emanciparsi, la ragazza intraprende un viaggio alla scoperta di se stessa e della propria libertà.

Debutto di grande suggestione e delicatezza della regista Hikari (al cinema con il nuovo Rental Family interpretato da Brendan Fraser), 37 seconds avrebbe meritato una distribuzione su grande schermo invece di approdare direttamente su Netflix. Audace e vibrante, il film sembra registrare in presa diretta le emozioni che si affollano nell’animo della giovane Yuma per restituirne lo sguardo curioso e innocente. Hikari scrive e dirige con l’idealismo e il coraggio che contraddistinguono molti esordienti, lasciando confluire nelle immagini le proprie esperienze di vita e cinema. Cosmopolita e anticonformista, divisa tra Osaka e Los Angeles, la regista dà vita a personaggi profondamente liberi e alieni da convenzioni, animati da un’intelligenza e una spinta all’indipendenza non riconducibili a semplici stereotipi ideologici.

Alla ricerca di un’identità che appare confusa e difforme, a causa di uno “sguardo sociale” sulla sua disabilità (che Hikari esprime con frequenti soggettive) Yuma compie un viaggio dal silenzio alla parola, dalla repressione alla sensualità.
Bloccata in un’infanzia perenne da una madre fragile e iperprotettiva, che le nega anche il confronto con la propria femminilità costringendola in abiti mortificanti, Yuma si consola disegnando caratteri manga dagli occhi grandi e umidi. Il suo lavoro si svolge nell’ombra e viene sfruttato dalla youtuber Sayaka – una storia non dissimile da quella di Margaret Keane e dei suoi personaggi dai Big Eyes.
Nelle sequenze iniziali Hikari ci presenta Yuma ancora come “un fantoccio” privo di autonomia: la madre la sveste per farle il bagno e nel suo corpo nudo e delicato c’è una verità che la macchina da presa coglie con una franchezza diretta e poetica, priva di ipocrisie. Il piacere visibile nel godere del tepore del bagno, i numerosi primi piani e dettagli ci parlano di un risveglio dei sensi, del fortissimo desiderio di un rapporto con il mondo. Particolari del viso di Yuma si alternano a campi lunghissimi sulla città di Tokyo, affollata e in movimento: percepiamo il suo desiderio di tuffarsi in un “fuori” sconosciuto.

Decisa a lavorare per una casa editrice di manga erotici, Yuma sfugge alla prigione materna per compiere le prime necessarie esperienze sessuali, dapprima rivolgendosi a un sito di incontri e successivamente avventurandosi nel red district con l’ingenuità dell’Alice di Lewis Carroll.
Hikari pone grandissima cura in ogni inquadratura per allestire un sogno trasparente e volatile, trasfigurato dalla malinconia di Yuma. Dopo un triste incontro con un sex worker frettoloso e insensibile, la ragazza ha la fortuna di incontrare la splendida Mai (interpretata da Makiko Watanabe, uno dei corpi più inquieti e conturbanti del cinema giapponese), escort specializzata in disabilità. Mai assume, in 37 seconds, il ruolo che nelle favole hanno le fate: veste Yuma con nuovi abiti e colori, la protegge nella scoperta del corpo e dell’identità.

È facile notare come il racconto di Hikari viva di molteplici sussulti e influenze, combinando con naturalezza elementi della hollywood classica, reticenze tipicamente giapponesi ma anche uno sguardo notturno e trasognato che accomuna registi contemporanei differenti, da Sean Baker a Ryusuke Hamaguchi. Spesso vediamo Yuma in auto, appoggiata al finestrino, mentre la città scorre con le sue luci e i suoi riflessi: immagini bellissime, un drive my car notturno e onirico tra dissolvenze, invenzioni, prospettive inusuali. Uno specchio per l’anima della ragazza, che compone i frammenti del proprio essere.
E come nel recente Look Back (2024) anche Yuma vive di luce e delle sue modulazioni impercettibili. Hikari spesso la inonda di luce, ne sfuma i contorni tra indistinti bagliori. Chi disegna, sembra suggerirci, ha una speciale sensibilità nei confronti della luce e vive come epifanie luminose le intermittenze del vivere.

Senza mai cedere al sentimentalismo o al patetico, Hikari fa di Yuma un personaggio universale, una donna che si ribella ai condizionamenti che la società impone al suo status. Con volontà intatta e sguardo incantato Yuma percorre la strada verso la libertà, compiendo un movimento che è quello della regista stessa: “Ci sono voluti molti anni per realizzare 37 secondi, molti di più di quanti ne avrebbe impiegati un regista uomo. Il mio sesso mi ha penalizzato, ma non mi sono arresa (…). Ho voluto raccontare una storia di indipendenza femminile; non ha molta importanza se la protagonista è su una sedia a rotelle o no.”

English Version

Yuma Takada (Mei Kayama) is a young woman with a disability who works as a manga artist, exploited for her talent by a ruthless friend. Her life is made even more difficult by her fragile, overprotective mother. Longing for independence, Yuma embarks on a journey to discover herself and her own freedom.

A debut of remarkable charm from director Hikari (now in theaters with the new Rental Family, starring Brendan Fraser), 37 Seconds would have deserved a theatrical release rather than being sent directly to Netflix. Bold and vibrant, the film seems to record in real time the emotions crowding the young woman’s heart, offering back her curious and innocent gaze. Hikari writes and directs with the idealism and courage typical of many first-time directors, allowing her own experiences of life and cinema to flow into the images. Cosmopolitan and unconventional, split between Osaka and Los Angeles, the director creates characters who are profoundly free and untouched by convention, driven by an intelligence and a desire for independence that cannot be reduced to mere ideological stereotypes.

Searching for an identity that appears confused and out of place—shaped by the “social gaze” on her disability (which Hikari conveys through frequent POV shots)—Yuma undertakes a journey from silence to speech, from repression to sensuality. Trapped in a state of perpetual childhood by a fragile, overprotective mother who even denies her any exploration of her own femininity by forcing her into humiliating clothes, Yuma finds solace in drawing manga characters with large, glistening eyes. Her work takes place in the shadows and is exploited by the YouTuber Sayaka—a story not unlike that of Margaret Keane and her Big Eyes paintings.

In the opening scenes, Hikari presents Yuma still as a “puppet” without autonomy: her mother undresses her for a bath, and in her naked, delicate body the camera captures a truth with direct and poetic candor, free of hypocrisy. The visible pleasure she takes in the warmth of the bath, the many close-ups and details speak of an awakening of the senses, of a deep longing for connection with the world. Close shots of Yuma’s face alternate with wide shots of the bustling, ever-moving city of Tokyo: we sense her desire to dive into an unknown “outside.”

Determined to work for a publisher of erotic manga, Yuma escapes her mother’s prison to gain her first necessary sexual experiences—initially through an online dating site and later by venturing into the red-light district with the innocence of Lewis Carroll’s Alice. Hikari brings immense care to every shot, crafting a transparent, floating dream shaped by Yuma’s melancholy. After a sad encounter with a hurried, insensitive sex worker, Yuma is fortunate enough to meet the radiant Mai (played by Makiko Watanabe, one of the most restless and alluring presences in Japanese cinema), an escort specializing in clients with disabilities. In 37 Seconds, Mai takes on the role that fairies have in fairy tales: she dresses Yuma in new colors, protects her, and guides her through the discovery of her body and identity.

It is easy to see how Hikari’s storytelling draws from multiple impulses and influences, naturally combining elements of classic Hollywood, typically Japanese reticence, and a nocturnal, dreamlike gaze that links very different contemporary filmmakers, from Sean Baker to Ryusuke Hamaguchi. We often see Yuma in a car, leaning against the window, as the city flows by with its lights and reflections: beautiful images, a nighttime, oneiric Drive My Car made of dissolves, inventions, and unusual perspectives. A mirror for the girl’s soul, assembling the fragments of her being.

And, as in the recent Look Back (2024), Yuma, too, lives in light and its imperceptible modulations. Hikari often floods her with light, softening her contours in hazy glimmers. Those who draw, she seems to suggest, possess a special sensitivity to light and experience life’s flickers as luminous epiphanies.

Without ever slipping into sentimentality or pathos, Hikari shapes Yuma into a universal character—a woman who rebels against the constraints society imposes on her condition. With undiminished determination and an enchanted gaze, Yuma travels the path toward freedom, following a trajectory that mirrors the director’s own: “It took me many years to make 37 Seconds—far more than it would have taken a male director. My gender held me back, but I didn’t give up (…). I wanted to tell a story of female independence; it doesn’t really matter whether the protagonist is in a wheelchair or not.”

2 risposte a “37 SECONDS (37 sekanzu, 2019), Hikari”

  1. Avatar stefanoramarro

    Sembra un film piuttosto interessante. Grazie per averlo recensito.

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    1. Avatar Marcella Leonardi

      Grazie a te, sì, personalmente ne consiglio caldamente la visione!

      Piace a 1 persona

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Nubi Fluttuanti è un progetto di Marcella Leonardi dedicato al cinema giapponese classico e contemporaneo.
Nubi Fluttuanti is a project by Marcella Leonardi dedicated to classic and contemporary Japanese cinema.