THE WILD GEESE (Gan, 1953), Shirō Toyoda

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Nella Tokyo dei primi anni del ‘900 la giovane Otama viene ingannata e indotta a una relazione con un uomo che crede essere un vedovo, ma che in realtà è un usuraio disprezzato, sposato e con figli.

Tratto dal racconto omonimo di Mori Ōgai, The Wild Geese racconta, nella cornice repressiva dell’era Meiji, una vicenda di oppressione e mortificazione femminile non dissimile da quelle messe in scena da Naruse e Mizoguchi; ma la versione di Shirō Toyoda, distante tanto dalle sottigliezze narrative di Naruse quanto dal rigore compositivo e dalla disciplina di Mizoguchi, affascina per la sua natura originale e composita.
C’è qualcosa di intensamente moderno nella regia di Toyoda, che non teme di “corrompere” il nitore del classicismo con irrequietezze e disarmonie stilistiche: lo notiamo sin dall’apertura sul volto di Otama, ripresa in una serie di primissimi piani. La ragazza, destinata a diventare l’amante di un usuraio per via del suo passato compromettente, è considerata dalla società un bene di scarto: qualcosa di danneggiato e non più commerciabile. Eppure, in queste inquadrature fortemente ravvicinate, c’è una potente affermazione di individualità. Toyoda restituisce a Otama quella soggettività forte che la cultura brutalmente sessista dell’epoca tenta di sottrarle, e allo stesso tempo mostra allo spettatore il suo volto pulito, l’innocenza dei suoi occhi ancora giovani. Più volte, nel corso del film, il volto di Otama ci appare come il più limpido dei paesaggi. La sua bellezza si pone in contrasto con il groviglio espressionista di case, strade strette, rigagnoli umidi dove gli esseri umani trascinano l’esistenza nell’indifferenza generale. Il regista opera delle scelte luministiche ben precise, preferendo ambienti notturni e fortemente chiaroscurali, su cui si delineano forme contorte: il corpo scheletrico del padre di Otama, o l’ingombro affilato di oggetti sulla strada, illuminati da sinistri lampioni.

Tutta la prima parte del film è immersa nella notte e ha delle atmosfere noir per introdurci in quell’ambiguità cupa e pessimistica che si insinua nella vita di Otama; le immagini suggeriscono una discesa morale inflitta da una società corrotta e dominata dal denaro.
Toyoda ama lavorare attraverso metafore dirette ma di grande fascino: Otama viene rinchiusa dall’usuraio Suezo in una casa/prigione comoda e bella, ma circondata da sbarre; un destino che la accomuna al canarino in gabbia che l’uomo le regala. In una scena di grande suggestione horror, costruita mediante l’uso espressivo di ombre, dettagli e deformazioni prospettiche, un serpente tenta di divorare il canarino; la paura negli occhi del piccolo volatile è la stessa che ritroviamo negli occhi di Otama quando Suezo si avventa su di lei, tormentandone il corpo con mani rapaci. La transazione economica fa di Otama una preda di cui disporre a piacimento, separata dalla società attraverso la rituale chiusura di tende, shoji e persiane che precede l’atto sessuale.

L’aspetto grafico è molto importante per Toyoda: la composizione mediante pattern domina gli interni, ricavando spazi simmetrici, geometrie in cui l’elemento umano si rifugia, si nasconde o spia da una finestra. La grafica è inoltre un elemento narrativo e simbolico, indizio di uno status: Otama e Otsune, la moglie di Suezo, si incrociano casualmente e si riconoscono per via degli ombrelli identici. La grafica come marchio di riconoscimento, evidenziato da una inquadratura plongée in cui i due personaggi svaniscono sotto il peso della medesima cultura oppressiva.

La bravura di Toyoda sta nel non rendere mai Otama una vittima – grazie anche all’interpretazione di Hideko Takamine, che dona al suo personaggio un’interiorità tumultuosa e in divenire. Come un’eroina del Romanticismo, Otama scopre il desiderio e ne fa le armi di una ribellione impossibile. L’incontro con lo studente Okata trasfigura il viso della ragazza nella luce: un’epifania non solo sentimentale, ma anche un’illusione radiosa di libertà. Le scene che vedono insieme Otama e Okata sono sogni luminosi e immersi nella bruma; uno stile che ricorda Borzage, ma che per Toyoda riflette una trasformazione interiore e solitaria, priva di un conforto amoroso. Lo studente finirà col partire per l’Europa, lasciando Otama al suo destino di emarginazione in una società pietrificata. Ma le bellissime inquadrature finali, che trasfigurano la ragazza dapprima in un’ombra, poi in uno spettro spirituale avvolto nella nebbia, ci parlano di un’anima in volo – come un’anatra selvatica – verso l’orizzonte.

English Version

In early-1900s Tokyo, the young Otama is deceived and drawn into a relationship with a man she believes to be a widower, but who is in fact a despised moneylender, married and with children.

Based on the short story of the same name by Mori Ōgai, The Wild Geese recounts, within the repressive framework of the Meiji era, a tale of female oppression and mortification not unlike those brought to the screen by Naruse and Mizoguchi. Yet Toyoda’s version fascinates for its original and composite nature.
There is something intensely modern in Toyoda’s direction: he does not fear to “stain” the clarity of classicism with stylistic restlessness and dissonance. We sense it from the very opening on Otama’s face, filmed in a series of extreme close-ups. The girl, destined to become the mistress of a moneylender because of her compromised past, is regarded by society as a disposable good—damaged, no longer marketable. And yet, in these tight shots, there is a powerful affirmation of individuality. Toyoda restores to Otama the strong subjectivity that the brutally sexist culture of the time tries to strip from her, while revealing to the viewer the innocence in her still-young eyes. Several times throughout the film, Otama’s face appears to us as the purest of landscapes. Her beauty stands in stark contrast to the expressionistic tangle of houses, narrow streets, and damp trickles where human beings drag out their lives in general indifference. The director makes precise lighting choices, favoring nocturnal, strongly chiaroscuro settings in which contorted forms emerge: the skeletal body of Otama’s father and the sharp clutter of objects along the street, lit by sinister lamps.

The entire first part of the film is immersed in night and wrapped in noir atmospheres, ushering us into the dark, pessimistic ambiguity that infiltrates Otama’s life; the images suggest a moral descent imposed by a society corrupted and dominated by money.
Toyoda often works with direct yet striking metaphors: Otama is confined by the moneylender Suezo in a house-prison that is comfortable and beautiful, yet barred; a fate she shares with the caged canary he gives her. In a scene of great horror-tinged fascination—built through expressive use of shadows, details, and distorted perspectives—a snake attempts to devour the canary. The terror in the bird’s eyes mirrors the fear we see in Otama’s eyes when Suezo lunges at her, tormenting her body with predatory hands. The economic transaction turns Otama into prey, something to be used at will, cut off from society through the ritual closing of curtains, shoji, and shutters that precede the sexual act.

Graphic composition is crucial to Toyoda: pattern-based design dominates the interiors, carving out symmetrical spaces, geometries in which the human figure hides, retreats, or spies from a window. Graphic elements also serve as narrative and symbolic clues, hinting at a shared condition: Otama and Otsune, Suezo’s wife, cross paths by chance and recognize one another through their identical umbrellas. Graphics as a mark of recognition, highlighted by a plongée shot in which the two figures seem to vanish under the weight of the same oppressive culture.

Toyoda’s brilliance lies in never reducing Otama to a mere victim — thanks also to Hideko Takamine’s performance, which infuses her character with a turbulent and evolving interiority. Like a heroine of Romanticism, Otama discovers desire and wields it as the weapon of an impossible rebellion. Her encounter with the student Okata transfigures her face in the light: an epiphany not only sentimental but also a radiant illusion of freedom. The scenes featuring Otama and Okata together are luminous dreams, veiled in mist; a style reminiscent of Borzage, yet in Toyoda’s hands reflecting an inner and solitary transfiguration, devoid of any comforting love. The student will eventually leave for Europe, abandoning Otama to her fate of marginalization within a petrified society. But the film’s beautiful final shots, which transform the girl first into a shadow and then into a spiritual apparition enveloped in fog, speak of a soul taking flight—like a wild goose—towards the horizon.

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