[Please scroll down for the english version]
La storia è la rivisitazione romanzata della tragica storia d’amore tra un monaco buddista di nome Dōkyō e l’imperatrice Kōken (che regnò dal 749 al 758 d.C.). Dopo un rigido isolamento ascetico durato dieci anni, Dōkyō riceve il dono di un illimitato potere magico. Alcuni cortigiani sono testimoni delle sue gesta miracolose e lo convocano a corte affinché possa curare l’imperatrice Kōken, malata sin dall’infanzia. Giunto al suo cospetto, Dōkyō si innamora di lei; l’imperatrice, guarita, ne fa il suo amante e il suo consigliere. Ciò scatena la reazione dei politici corrotti, che decidono di liberarsi di Dōkyō per poter usurpare il trono.
Con questo film del 1963, Kinugasa ci consegna una bellissima e metafisica riflessione sul potere, l’amore, la schiavitù dei desideri e la contraddittorietà della natura umana. L’ascetico protagonista è un uomo diviso tra bene e male, non privo di un’intima crudeltà (all’inizio del film, egli uccide e tortura animali). L’incontro con la regina trasforma il suo corpo in materia “bollente”, indebolendo il suo potere magico ma iniziandolo a una nuova umanità.
L’estrema stilizzazione, il bianco e nero contrastato (come accadeva nei muti di Von Sternberg), l’uso di pattern ossessivi fanno di Bronze Magician un’opera di grande modernità e distillata purezza formale. Muovendosi liberamente tra i generi, Kinugasa introduce il personaggio servendosi di stilemi horror che sono specchio della sua natura oscura. Alberi agitati dal vento, pioggia e lampi sono indice di neri presagi; la roccia cava ricorda un teschio, come in un quadro di Dalì. A queste immagini foriere di morte corrisponde il primo istinto di Dōkyō (un Ichikawa Raizō modellato su Rasputin, foto 1), che investito dal potere compie i primi, sadici esperimenti: un topo viene trasformato in scheletro e un serpente viene crudelmente aggrovigliato.

Bronze Magician racchiude un vero e proprio manifesto teorico di cinema, che prevede l’irrealtà di un set ricostruito, ricco di simboli, favolistico e remoto. L’innata tensione estetica della regia ambisce alla perfezione geometrica e compositiva, mentre il formato widescreen al suo interno si arricchisce di suddivisioni, geometrie, moduli formali.
La macchina da presa, estremamente mobile, esplora lo spazio con carrelli e dolly che elevano il punto di osservazione. L’uso del primo piano è preciso, affilato: il viso di Dōkyō è oggetto di raggelanti piani ravvicinati, decisi a esplorare le ambiguità della sua anima; altrove, invece, un rapido montaggio di primi piani statici (nello scontro tra un ladro di polli ed un guardiano) dà vita a una dinamica sequenza “fotografica” di visi contorti dalle emozioni, di carattere espressionista. In un’intervista rilasciata nel 1971, Kinugasa dichiarò: “Il mio lavoro è consistito principalmente nel trovare circostanze artistiche in cui far morire le persone.”
Il regista fa convergere in quest’opera i codici del cinema muto, rinnovandoli attraverso le istanze del presente. La sua naturale propensione all’avanguardia trasforma Bronze Magician in un testo filmico straordinariamente interessante, in cui la nostalgia per un certo cinema spirituale e irrazionale tipico del passato (quello delle leggende, dei fantasmi e del folklore tradizionale) viene irradiata da una nuova inquietudine psicanalitica e antropologica.
Il palazzo reale è il regno dell’astrazione (foto 2 e 3): una dimensione ultraterrena fatta di ombre, colonne ieratiche, profondità di campo in cui si annidano vuoti spirituali. Le trasparenze dei tendaggi alludono alla fragilità della bellezza; tutto è limpido, purissimo ma anche marcatamente funebre. È un palazzo tombale per una regina che giace come morta in un destino di silenzio. La quiete atemporale ne accresce il senso di prigionia, che Kinugasa accentua con la presenza di sbarre, pareti divisorie e cancelli. In questo spazio il regista non rinuncia mai al movimento, creato sia dalla macchina da presa che dai rapidi e netti tagli di montaggio. Il regista opera la scelta, ben precisa, di usare pochissime dissolvenze, per creare uno stile più asciutto e moderno.


Il film è percorso da una raffinata e intensa componente erotica, che si sprigiona non appena Dōkyō vede Kōken: la guarigione della donna somiglia all’estasi dell’orgasmo, la pioggia si scatena, le tempeste assecondano la nuova pulsione sessuale che travolge i due personaggi. “Sono turbato… Ma non abbandonerò questa felicità, non adesso”
In questo film fatto di luce, la morte coincide con la tenebra. Le ombre scendono sul bellissimo volto della regina; Dōkyō, allontanato dal percorso ascetico e posseduto dalla passione amorosa, perde il dono della magia ma conosce finalmente la vera saggezza: “Nel potere non risiede la verità. Chiunque lo persegua ciecamente distrugge se stesso”. Il suo ultimo, umanissimo desiderio è stringere la mano dell’amata (4), privato di tutto e spogliato di ogni arroganza nei confronti delle cose.

English Version
The story is a fictionalized retelling of the tragic love affair between the Buddhist monk Dōkyō and Empress Kōken (who reigned from 749 to 758 CE). After ten years of strict ascetic isolation, Dōkyō receives the gift of unlimited magical power. Some courtiers witness his miraculous deeds and summon him to court so that he may heal Empress Kōken, who has been ill since childhood. Once he stands before her, Dōkyō falls in love with her; the Empress, restored to health, makes him her lover and adviser. This ignites the reaction of corrupt politicians, who plot to eliminate Dōkyō and usurp the throne.
With this 1963 film, Teinosuke Kinugasa offers us a beautiful and metaphysical meditation on power, love, the enslavement of desire, and the contradictions of human nature. The ascetic protagonist is a man divided between good and evil, not without an inner cruelty (at the beginning of the film he kills and tortures animals). His encounter with the Empress transforms his body into “fevered” matter, weakening his magical power but initiating him into a new humanity.
The extreme stylization, the high-contrast black and white (as in the silent films of Josef von Sternberg), and the use of obsessive patterns make Bronze Magician a work of great modernity and distilled formal purity. Moving freely across genres, Kinugasa introduces the protagonist through horror motifs that reflect his dark nature. Wind-shaken trees, rain, and lightning foreshadow ominous events; a hollow rock resembles a skull, like something out of a painting by Salvador Dalí. These death-laden images correspond to Dōkyō’s first instincts (with Ichikawa Raizō modeled on Rasputin, photo 1), who—overcome by power—undertakes sadistic experiments: a mouse is turned into a skeleton, and a snake is cruelly twisted and knotted.
Bronze Magician contains an authentic theoretical manifesto of cinema—one that embraces the unreality of a reconstructed set, rich in symbols, fairy-tale qualities, and remoteness. The director’s innate aesthetic tension strives for geometric and compositional perfection, while the widescreen format becomes enriched with subdivisions, geometries, and formal modules.
The extremely mobile camera explores space through tracking shots and dolly moves that elevate the point of view. The use of the close-up is sharp and precise: Dōkyō’s face is captured in chilling tight shots determined to probe the ambiguities of his soul; elsewhere, a rapid montage of static close-ups (during the confrontation between a chicken thief and a guard) creates a dynamic “photographic” sequence of faces contorted by emotion, in an expressionist vein. In a 1971 interview, Kinugasa declared: “My work has consisted mainly in finding artistic circumstances in which to let people die.”
The director brings together in this film the codes of silent cinema, renewing them through contemporary sensibilities. His natural inclination toward the avant-garde transforms Bronze Magician into an extraordinarily rich filmic text, where nostalgia for a certain spiritual and irrational cinema of the past (that of legends, ghosts, and traditional folklore) is irradiated with a new psychoanalytic and anthropological unease.
The royal palace is the realm of abstraction (photos 2 and 3): an otherworldly dimension made of shadows, hieratic columns, and depths of field in which spiritual voids lurk. The transparency of the draperies alludes to the fragility of beauty; everything is clear, pristine, and yet unmistakably funereal. It is a tomb-like palace for a queen who lies as if dead, trapped in a destiny of silence. Its timeless stillness heightens the sense of imprisonment, which Kinugasa emphasizes with the presence of bars, partitions, and gates. In this space, the director never relinquishes movement, created both by the camera and by the sharp, rapid cuts of the editing. He makes the very deliberate choice to use very few dissolves, giving shape to a drier and more modern style.
The film is infused with a refined and intense erotic charge, released the moment Dōkyō sees Kōken: the woman’s healing resembles the ecstasy of orgasm, the rain breaks loose, storms echo the newly awakened sexual impulse that overtakes the two characters. “I am troubled… But I will not give up this happiness, not now.”
In this film made of light, death coincides with darkness. Shadows fall across the Empress’s beautiful face; Dōkyō—drawn away from the ascetic path and consumed by passionate love—loses the gift of magic but finally attains true wisdom: “Truth does not reside in power. Whoever pursues it blindly destroys himself.” His final, profoundly human desire is to hold the hand of his beloved (photo 4), stripped of everything and freed from all arrogance toward the world.






















Lascia un commento