Ho visto per caso, su Netflix, un film (tratto da un manga) intitolato banalmente Hot Gimmick: Girl Meets Boy. Ma avrei pensato di trovarmi di fronte a un’opera così libera e irriducibile ai dettami del cinema contemporaneo, in particolar modo quello prodotto sotto l’egida delle piattaforme. Il film (girato a trent’anni) di Yūki Yamato è del tutto alieno a ipocriti moralismi, discorsi teorici sul “femminile” e pesanti didattismi. Hot Gimmick appartiene a quel vento libero e incerto della giovinezza: e si muove tremulo, facendo ricorso a una regia da nouvelle vague e a jump cuts che fanno da cesure tra realtà e sogno, nello spazio indefinito dei sentimenti adolescenti. La protagonista è Hatsumi, sedicenne divisa tra l’amore per due ragazzi: ma in realtà, la sua nozione di amore non ha coordinate precise, né il suo essere-nel-mondo. Per questo motivo Hatsumi ci appare passiva, silente, in mano ai capricci dei suoi altrettanto acerbi innamorati. Ciò che vediamo, nel flusso di coscienza di Hot Gimmick: Girl Meets Boy, è il trionfo della giovinezza, dei suoi errori, di quelle sensazioni totalizzanti che pongono l’io in un rapporto delicato e speculare con il mondo. Mi piace pensare, ma non ne ho le prove, che la regista si sia ispirata a Dream Island Girl di Sasaki Shôichirô (1974), piccolo gioiello di surrealismo magico e ritratto di giovani protagonisti incapaci di separare inconscio e realtà. Come il film di Sasaki, al quale ruba l’onirico accompagnamento del Canone di Pachelbel, Hot Gimmick è un trattato sul desiderio, sui suoi egoismi, sulla tempesta percettiva che cala su chi ne è affetto. Hatsumi si abbandona, muore, rinasce. La regista segue le ambiguità di pensieri e sentimenti, immerge i volti in luci innaturali, ci conduce tra primissimi piani e campi lunghi in cui la giovinezza e il suo sentire conservano il mistero e la bellezza d’un paesaggio alla deriva.



























Lascia un commento