Speciale Kōzaburō Yoshimura
Coadiuvato dal bellissimo script di Kaneto Shindō (con cui collabora per la prima volta), The ball at the Anjō house è il primo film di Kōzaburō Yoshimura a posizionarsi in cima alla prestigiosa classifica di Kinema Junpō del 1947. Un film magico, sfuggente e indefinibile; un sogno cechoviano – la sceneggiatura è dichiaratamente ispirata a Il giardino dei ciliegi – che sembra avvolgere decenni di storia del cinema e proiettare suggestioni di Hollywood (il decor del palazzo, i costumi alla Travis Banton, l’eleganza della recitazione) all’interno di una vicenda “antropologicamente” giapponese.
La famiglia Anjō perde tutto per via delle riforme del dopoguerra, che smantellano il sistema nobiliare, e si vede costretta a vendere la splendida e remota villa nonostante le resistenze dell’orgoglioso patriarca Tadahiko. La figlia minore Atsuko (Setsuko Hara) offre tutta se stessa per proteggere la felicità del padre e assisterlo nella “transizione”, mentre gli altri membri della famiglia vivono tormenti, vicende d’onore, amori inconfessabili sull’orlo della crepa, profonda, tra aristocrazia e classe lavoratrice. Un ultimo, grande ballo viene allestito come finale “finzione” di splendore aristocratico e conclusione di un’epoca.
Il film viene girato quasi completamente negli interni della residenza, splendidi e astratti, lontanissimi dalla realtà: scalinate bianche, marmi squisiti, quadri di Goya. La dimora si situa in una dimensione di sogno, tra l’Europa e gli Studios di Hollywood; i personaggi, elegantissimi, bevono whiskey con nonchalance mentre la Storia scrive il loro capitolo finale.
Yoshimura dirige con un linguaggio raffinato e articolato, memore dell’agilità espressiva del cinema muto, ma allo stesso tempo estremamente moderno nel mettere in evidenza le dinamiche tra i vari caratteri. Lo spazio è sfruttato in tutta la sua tridimensionalità, l’inquadratura è stratificata in molteplici letture. Lo sguardo del regista scivola tra i bicchieri, taglia su dettagli di mani e oggetti significanti (emblemi di nobilità), si avvicina e scruta con leggerissimi carrelli, rivelando una grazia e raffinatezza eguagliate solo dalla sua intensità di osservazione. Volti, occhi: Yoshimura ama intensamente i suoi protagonisti, ci rende visibili i loro pensieri e tumulti emotivi. Memorabile Masayuki Mori, figlio viziato e seduttore di apparente freddezza, glaciale e impenetrabile ma pronto a donarci uno dei pianti più addolorati e liberatori della storia del cinema; e irreale, angelica Setsuko Hara, luminosa oltre la luce.
Nella sequenza finale, padre e figlia ballano dolcemente insieme: le leggere scarpette bianche di Hara contrastano con il “peso” delle nere calzature paterne, in una danza tra passato e futuro. Le musiche di Chuji Kinoshita (fratello del regista Keisuke) reinterpretano celebri valzer e tango imprimendo alla musica una sfumatura di rovinosa decadenza, ma la bellezza rasserenante di Hara imprime ogni cosa, colorando il film di un’inquieta, impalpabile speranza.





[Lo speciale comprende The Ball at the Anjo House (1947) – Clothes of Deception (1951) – An Osaka Story (1957) – Night Butterflies (1957) – A woman’s testament (1960)]























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