In Charisma il mondo messo in scena dal grande autore giapponese fa parte del suo riconoscibile, enigmatico immaginario, tra i più belli e cinematografici del nostro tempo. Kurosawa rende il familiare misterioso e perturbante: una foresta diviene sede di malattia e corruzione; un albero fragile irradia il suo potere nefasto eppure carismatico: attorno a lui, un’umanità colta da stupore reagisce con sentimenti primordiali. Come un monolite kubrickiano, ma anche come una nave spaziale spielberghiana, l’albero-Charisma pone l’uomo a confronto con il nulla e la fine, mentre il pianeta mostra il suo volto duplice: il “doppio” stavolta è la natura, che rivela il suo corpo fantasmatico, un “aldilà” di cui avvertiamo le vibrazioni attraverso i secchi rami di Charisma.
Kōji Yakusho è Goro Yabuike, investigatore-mediatore tra uomo e natura, una sorta di arbitro del nostro essere-nel-mondo, che da un iniziale atteggiamento empirico si trasforma in irrazionale messaggero del nostro rapporto malato con le cose; e solo il suo volto riesce a rendere credibile e perturbante la percezione di un’alterità che si irradia dalla natura alla fragile presenza umana. Di lui, Kurosawa disse: “Prima di tutto penso che sia un grande attore. Può interpretare qualsiasi tipo di personaggio. Può essere una persona normale, ma può anche diventare un mostro, qualcuno di cui non riesci a decifrare il pensiero. Inoltre, ha la mia stessa età, quindi i nostri punti di vista sono simili, siamo sullo stesso piano come esseri umani.”
Kurosawa dà forma al racconto spingendosi in una “selva di generi”, tra ramificazioni di detective story, folk horror (splendidamente accompagnato dalla colonna sonora di Gary Ashiya), fantascienza. Questa foresta contiene in sé l’angoscia dei baccelli de L’invasione degli ultracorpi (1956), ma anche il furore rigoglioso del grande albero di Il mio vicino Totoro (1988). Tra leggenda e follia, fantasmi e umani, lì sorge Charisma.


























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