Ispirato alla novella di Lev Tolstoj La morte di Ivan Il’ič, Ikiru è una struggente ode alla vita, un’opera dalla complessa struttura temporale e dalle infinite rime intertestuali. Ma anche un film “istintivo” nel ritagliare figure popolari spontanee, realistiche, di una bellezza selvatica, come la giovane Toyo (Miki Odagiri). Il regista coglie l’energia e la luce che scorrono nella ragazza, la cui vitalità instilla nel burocrate Watanabe, malato terminale, il desiderio di un cambiamento e un nuovo sguardo nei confronti dell’esistenza. Con le sue risate, le voglie improvvise e infantili, l’incoscienza di azioni che si consumano “qui e ora”, senza preoccupazioni per le conseguenze, Toyo incarna l’anima leggera e fuggevole della giovinezza. Watanabe, che non ha mai davvero vissuto, è incantato dal mistero del suo essere: la osserva, sgrana gli occhi, scorge la sua povertà, i collant strappati. Toyo è lacera come la vita e l’amore, mutevole e irrazionale come un fenomeno naturale. Il “breve incontro” tra i due è tra le cose più belle e vere del cinema mondiale.



























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