Tra i registi d’animazione giapponesi più sperimentali e fuori norma (dal vitalismo folle e psichedelico di Mindgame, alla rilettura singolare e a mio parere strabiliante di Devilman Crybaby, fino al luminescente Inu-Oh, sintesi di classicità ed estetica del futuro), Masaaki Yuasa dà vita, con Ride your wave, a un’opera gentile e delicatamente emblematica del sentire adolescente. Confrontandosi con tematiche privilegiate da registi come Makoto Shinkai (Your Name, Suzume), Yuasa aderisce a quel sogno d’amore impossibile che è parte di tanto immaginario giovanile: innamorati collocati in dimensioni separate, labili confini che dividono i mondi, comunicazioni attraverso un colloquio interiore e spirituale; ma anche amore tra entità differenti (esseri umani e fantasmi), un toccarsi tra vita e non-vita.
La vita dei suoi protagonisti scorre tra il paesaggio urbano di Tokyo (con i suoi grattacieli, le folle, i treni e il senso di smarrimento psichico e sensuale generato dalla vastità della metropoli) e le città più piccole, in cui è possibile ritrovare un’autenticità. In Ride your wave Yuasa pone molta attenzione ai luoghi, alle strade, agli elementi della tradizione (con i suoi riti, le abitudini e l’antica saggezza) individuando un legame tra passato e futuro: vi è, nei suoi giovani, il bisogno di ancorarsi alla memoria e alle radici.
I protagonisti Hinako e Minato scoprono l’amore con grande pudore: la prima parte, dedicata all’incontro dei due ragazzi e allo sbocciare del sentimento, è sicuramente la più bella e struggente. Yuasa fa vivere un sentimento puro, inserendolo nella bellezza serena di gesti quotidiani, attraverso un’animazione di grande incanto: lo stile è irrequieto, forte di elementi classici giapponesi ma anche vibrante di suggestioni europee; le immagini sono in trasformazione limpida e leggera e non esitano a soffermarsi sui corpi, sui dettagli del viso, mostrandoci un amore non platonico ma vissuto attraverso i sensi, il calore delle labbra, le mani strette l’una nell’altra.
Questa profonda attenzione al corpo e alle sue sensazioni è resa da Yuasa con una stilizzazione che, paradossalmente, restituisce una forte impressione di verità; astrazioni e evanescenze aderiscono allo spirito dei protagonisti. Persino un banale abbracciarsi al tramonto ha un’intima risonanza, così come una corsa in automobile nell’orizzonte. I colori sono intensi (questo cielo d’un azzurro straziante), ma anche tremanti e vivi: Yuasa vuole riprodurre il sussultare della realtà, il movimento del mare, l’infinita mutazione delle cose attraverso la luce ma anche nel riflesso del vissuto interiore.
La seconda parte del film, con l’ingresso del sovrannaturale, è la più incerta e compromissoria ma non mancano i momenti di squisita bellezza: i personaggi comunicano attraverso l’acqua, in cui l’amato appare in trasparenza. L’acqua è l’elemento del sogno e della presenza fantasmatica: Yuasa concilia la poesia di Jean Vigo con la felicità surreale di un film di Esther Williams; c’è anche una sequenza musical che ha la bellezza leggiadra di una danza tra Astaire e Rogers e vede i due innamorati perdersi in un ballo vaporoso, sospinti tra le ali del sogno. Ma Yuasa è dotato di un forte sense of humor e non perde occasione per decantare il dramma attraverso trovate comiche (il fantasma compare nei lavandini e persino in un water, o all’interno di pupazzi acquatici) mantenendo vivo il valore di intrattenimento dell’opera.
In questa seconda metà la sceneggiatura si sfoca, introducendo una vicenda che ha valore di distrazione spettacolare; ma il finale recupera lo stretto contatto con i sentimenti della protagonista, senza essere artificioso né stucchevole.
Artista che non smette di riflettere sul suo lavoro e spinto a una costante aderenza al mondo in trasformazione, Yuasa mette in scena un’animazione emotiva, contaminata, essa stessa adolescente e palpitante di suggestioni eterogenee. Un lavoro di sperimentazione forse meno radicale rispetto ad altre opere della sua filmografia, ma sempre appassionato e soprattutto immerso nel turbamento giovanile, di cui vuole essere espressione attraverso l’irregolarità del segno e la fuggevole metamorfosi del movimento.



























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