WHEEL OF FORTUNE AND FANTASY (Gūzen to sōzō, 2021), RYŪSUKE HAMAGUCHI

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Dai racconti di Ryūsuke Hamaguchi:
Magia (o qualcosa di meno rassicurante)Quando Meiko si rende conto dai racconti della sua miglior amica che l’uomo con cui sta iniziando una relazione è il suo ex ragazzo, con cui ha rotto due anni prima, non sa bene che fare.
Porta spalancataUn professore universitario di mezz’età vince il Premio Akutagawa. Un suo studente, che è stato bocciato da lui, architetta un piano per farlo licenziare, con l’aiuto di una riluttante compagna di classe più grande.
Ancora una voltaUn’informatica disoccupata partecipa per la prima volta in vent’anni alla classica rimpatriata dei suoi ex compagni d’università. Sulla via del ritorno, alla stazione di Sendai, incontra il suo amore di giovinezza.

Per chi scrive, Il gioco del destino e della fantasia è forse il più bel film di Hamaguchi. Un’opera che instaura un contatto intimo e intenso con lo spettatore, una “specie di magia”, come vuole il titolo del primo episodio; o una “porta spalancata” sull’animo dei personaggi, le cui vicende ed emozioni si ripercuotono sulla nostra esperienza.
Il primo episodio è focalizzato sulla giovane Meiko e sui sentimenti contrastanti nel confronti dell’ ex Kazu, che ora frequenta la sua migliore amica Tsugumi. Durante una corsa in taxi l’ignara Tsugumi racconta a Meiko dell’incontro; ed è meraviglioso come Hamaguchi trasformi un semplice spostamento in automobile in una discesa nel segreto, quasi un’immersione nella psiche. Mentre le due amiche parlano, la strada scorre illuminata nella notte, si addentra in sottopassi, si attorciglia in infiniti percorsi lungo la città. Le luci si riflettono sui volti delle donne e la conversazione diviene rivelazione profonda. Hamaguchi gioca su un’alternanza di “dentro e fuori”: dentro l’auto, fuori nella città-mappa dell’inconscio, ma anche dentro e fuori l’ufficio dove Meiko confronterà Kazu e infine dentro-fuori il bar. Le dimensioni sono separate da vetrate e finestre, in un indefinito di iridescenze e illusioni; il vetro è anche uno schermo dove la vita proietta l’imprevisto.
C’è un misto di irrazionalità ed entomologia che solo il brano di Schumann, che introduce ed intervalla i tre episodi, riesce a sintetizzare con la sua melodia matematica. Sensuale ma nitida, intima e autunnale ma anche chiara e ben scandita, la partitura di Schumann è la controparte musicale dei dialoghi, delle confessioni a due voci, delle pause e degli “andanti” animosi che si scatenano nella mente.

Il secondo episodio è più malinconico: un destino di solitudine per Nao, che accetta di aiutare il suo giovane amante Sasaki tendendo una trappola al professore universitario che lo ha bocciato. “I nostri corpi sono perfettamente compatibili” dice Sasaki per convincerla. Le inquadrature sembrano dargli ragione: i corpi degli amanti si muovono all’unisono, o si allungano in orizzontale in composizioni armoniche, l’uno lo specchio dell’altro, in una mise-en-abyme del desiderio. Ma se con Sasaki l’intesa è fisica, con il professor Segawa sarà la parola a schiudere un’affinità elettiva, una messa a nudo del cuore. Hamaguchi filma la conversazione tra Nao e Segawa modulando in modo incantevole la luce solare che entra dalla finestra. I raggi aumentano o diminuiscono d’intensità, mentre le emozioni vengono inondate di sole, o si nascondono ritrose nell’ombra. È un momento magnifico e delicato, che contrasta con la pornografia del romanzo del professore, letto da Nao ad alta voce; eppure, sono proprio quelle volgarità “lette con una voce bellissima” ad avere effetto inebriante. La regia del dialogo attinge esplicitamente alla filosofia di Ozu secondo cui “esiste la sensibilità, non la grammatica (del cinema)”: la codifica relativa al raccordo di sguardo viene completamente disattesa. Nao e Segawa dialogano “guardando in macchina” e lo spettatore incrocia in prima persona i loro occhi. La sensazione è di profonda emozione. È raro e bellissimo che un regista si prodighi per condividere con il suo pubblico un momento cruciale: il cinema di Hamaguchi è un privilegio.

L’ultimo episodio è il più magico e tremulo: un gioco che cambia la realtà e la vita stessa. Ciò che accade tra Natsuko e Aya ha del meraviglioso: da un fraintendimento nasce la possibilità di mettere in scena la vita, mutarla, stabilire un nuovo (lieto) fine. In un certo senso i due gentili, timidi personaggi femminili si appropriano del mestiere del regista e inventano per sé un destino, confondendo realtà e finzione. Le attrici Fusako Urabe e Aoba Kawai sono così brave da farci percepire ogni sfumatura, ogni minimo movimento nell’anima delle due donne; si piange e si ride con loro, mentre Hamaguchi le avvicina sempre più. Con stacchi a 180 intreccia le due esistenze, le mette di fronte a uno specchio in cui finalmente è possibile un riconoscimento.
A volte mi chiedo perché sono qui. Potevo diventare qualsiasi cosa, ma il tempo è volato via prima che me ne accorgessi.”
L’episodio conquista qualcosa di bello e vero – raggiunge un nucleo di verità, lo sfiora appena lasciandolo intatto in tutta la sua bellezza. Ogni essere umano è fragile. Nulla sembra accadere mentre le parole scorrono come un fiume; ma ogni parola, libera e misteriosa, diventa la sostanza impalpabile in cui il mondo interiore si rivela. Le domande dell’esistenza – i “se”, i “forse” – sembrano approdare a una quiete, forse una temporanea soluzione. E la vita, nonostante tutto, è ancora una volta meravigliosa e degna di essere vissuta.

English Version

Wheel of Fortune and Fantasy is perhaps Hamaguchi’s finest film. A work that establishes an intimate and intense connection with the viewer, a “kind of magic,” as the title of the first episode suggests; or an “open door” to the souls of the characters, whose experiences and emotions impact our experience.
The first episode focuses on young Meiko and her conflicting feelings toward her ex, Kazu, who is now dating her best friend Tsugumi. During a taxi ride, the unsuspecting Tsugumi tells Meiko about the encounter; and it’s marvelous how Hamaguchi transforms a simple car ride into an inner descent, almost an immersion into the psyche. As the two friends talk, the street flows illuminated in the night, entering underpasses, twisting into infinite paths through the city. The lights reflect on the women’s faces, and the conversation becomes a profound revelation. Hamaguchi plays on an alternation of “inside and outside”: inside the car, outside in the city-map of the unconscious, but also inside and outside the office where Meiko will confront Kazu, and finally inside and outside the bar. The dimensions are separated by glass and windows, in an indefinite world of iridescence and illusion; the glass is also a screen where life projects the unexpected.
There is a mix of irrationality and entomology that only Schumann’s piece, which introduces and punctuates the three episodes, manages to synthesize with its mathematical melody. Sensual, intimate and autumnal yet clear and well-paced, Schumann’s score is the musical counterpart to the dialogues, the confessions, the pauses.

The second episode is pure melancholy: a lonely fate for Nao, who agrees to help her young lover Sasaki by setting a trap for the college professor who failed him. “Our bodies are perfectly compatible,” Sasaki says to convince her. The shots seem to prove him right: the lovers’ bodies move in unison, or stretch horizontally in harmonious compositions, one mirroring the other, in a mise-en-abyme of desire. But if with Sasaki the understanding is physical, with Professor Segawa it is words that unfold an elective affinity, a laying bare of the heart. Hamaguchi films the conversation between Nao and Segawa by enchantingly modulating the sunlight streaming in through the window. The rays increase or decrease in intensity, while emotions are bathed in sunlight, or hide shyly in the shadows. It is a magnificent and delicate moment, which contrasts with the pornographic nature of the professor’s novel, which Nao reads aloud; And yet, it is precisely those vulgarities, “read with a beautiful voice,” that have an intoxicating effect. The direction of the dialogue explicitly draws on Ozu’s philosophy that “sensibility exists, not grammar (of cinema)”. Nao and Segawa converse “looking into the camera,” and the viewer meets their eyes. The sensation is one of profound emotion. It is rare and beautiful that a director takes the time to share a crucial moment with his audience: Hamaguchi’s cinema is a privilege.

The final episode is the most magical and tremulous: a game that changes reality and life itself. What happens between Natsuko and Aya is truly marvelous: from a misunderstanding arises the possibility of staging life, changing it, establishing a new (happy) ending. In a certain sense, the two gentle, shy female characters appropriate the director’s profession and invent a destiny for themselves, blurring reality and fiction. Actresses Fusako Urabe and Aoba Kawai are so good that they make us feel every nuance, every little movement in the souls of the two women; we cry and laugh with them, as Hamaguchi brings them ever closer. He intertwines their lives, holding them up to a mirror where recognition is finally possible.
“Sometimes I wonder why I’m here. I could have become anything, but time flew by before I realized it.”
The episode captures something beautiful and true—it reaches a truth, it barely touches it, leaving it intact in all its beauty. Every human being is fragile. Nothing seems to happen as words flow like a river; but each word, free and mysterious, becomes the impalpable substance in which the inner world reveals itself. The questions of existence—the “what ifs,” the “maybes”—seem to reach a calm, perhaps a temporary resolution. And life, despite everything, is once again wonderful and worth living.

2 risposte a “WHEEL OF FORTUNE AND FANTASY (Gūzen to sōzō, 2021), RYŪSUKE HAMAGUCHI”

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