Due sorelle geishe conducono una vita difficile nel quartiere di Gion a Kyoto. Umekichi, la maggiore, si sente obbligata a sostenere Shimbei, uomo d’affari in bancarotta e suo cliente abituale. La sorella minore, Omocha, più consapevole delle ingiustizie subite dalle geishe e fortemente critica nei confronti della cultura tradizionale, escogita vari stratagemmi per sbarazzarsi di lui.
Nell’ansia di schematizzare, molti articoli critici esaminano Ozu e Mizoguchi attribuendo un primato via via all’uno o all’altro, anche a seconda di superficiali e risibili mode e tendenze. In realtà sono registi profondamente differenti: ad esempio l’abbandono della dissolvenza (regolarmente usata da Mizoguchi) da parte di Ozu ci fa comprendere la diversità di sguardo tra i due.
Ozu ci mostra la società attraverso un perimetro in cui composizione, scenografia, recitazione, angolazione prospettica e dialoghi/sguardi in macchina diventano “mondo” in trasformazione: storia (la tradizione che scontra col dopoguerra), relazioni umane, disillusione, amore. In quel rapporto (aspect ratio) 1.33:1, prediletto da Ozu, fiorisce l’umanità, i cambiamenti, il desiderio di emancipazione, il dolore non detto, il pianto appena rivelato dagli occhi di Setsuko Hara o Chishū Ryū, e su tutto l’infinita comprensione di Ozu, alla ricerca di un’armonia anche là dove il dolore lascia una traccia argentea di lacrime mentre passato e presente, in constante dialettica, sembrano ferirsi vicendevolmente.
Nell’esaminare invece un contesto urbano – il quartiere di Gion nell’omonimo film Le sorelle di Gion, Mizoguchi manifesta l’essenza della sua visione: un occhio “oggettivo” che riprende a distanza, ma in continuo movimento attraverso l’uso privilegiato del piano sequenza. Mizoguchi spia attraverso porte e finestre – c’è anche una bellissima inquadratura attraverso la filigrana di un delicato tendaggio – ed esprime una volontà di distacco per meglio narrare. La sua mdp si muove in costanti “panning” a destra e sinistra o in carrellate avanti o indietro. Lo sguardo è spesso obliquo, il mondo regolare e simmetrico di Ozu si scompone. Ma soprattutto il modo in cui Mizoguchi segue le sue protagoniste – perchè le donne sono il suo mondo – ci parla un regista fremente, desideroso di cogliere una vita fresca e mai in posa, immediata nel suo farsi. Quante delle passeggiate dei personaggi di Mizoguchi sono state riprese dalla Nouvelle vague (Rohmer) o dal cinema indipendente (penso a Jarmusch?)
Le donne del film sono tristi: due sorelle “perdenti”, l’una ammalata di tradizione, l’altra ribelle fino all’autodistruzione; mentre gli uomini appaiono vanesi, superficiali, laidi e senza cuore, alla ricerca di sottomissione e lusinghe femminili in una società rigidamente sessista. Il padre di Mizoguchi fu un uomo brutale nei confronti della moglie e della sorella, venduta al “mercato” delle Geishe: questi eventi influenzarono profondamente la sua visione della vita.
Mizoguchi considerava questo film e il suo complementare Osaka Elegy come le opere con cui raggiunse la maturità artistica. Lo storico del cinema Donald Richie notò forti somiglianze tra il film di Mizoguchi e il dramma sulle geisha del 1951 di Kōzaburō Yoshimura Clothes of Deception.



























Lascia un commento