The Land of Hope viene realizzato all’indomani della tragedia di Fukushima, un tema doloroso e ricorrente nella filmografia del regista (dal precedente Himizu, 2011, fino a The Whispering Star, 2015). Ma il film è talmente intenso, lirico e universale da trascendere l’occasione – che pure viene trattata con dettagli di grande realismo, non solo nelle modalità relative all’evacuazione ma soprattutto nella rappresentazione dello stato d’animo sbigottito, addolorato dei personaggi. The Land of Hope è un film sulla morte, sull’erosione dalla vita al nulla. I suoi protagonisti svaniscono lentamente, abbandonandosi a un paesaggio di straziante bellezza naturale mentre i segni della presenza umana (case, strade, edifici) si sgretolano in forme rovinose ed astratte.
Nella fittizia prefettura di Nagashima un terremoto causa l’esplosione della centrale nucleare e la vita del tranquillo villaggio di Oba viene sconvolta. I piccoli negozi, le fattorie familiari, le abitazioni tradizionali – dove il tempo sembrava essersi fermato – si tramutano in vuoti spettrali, edifici cavi e squarciati, attraversati dal vento e dalla neve. Sono osserva la devastazione attraverso campi lunghissimi che attenuano la ferita e la rendono metafisica e distante; inoltre i frequenti piani sequenza e i carrelli laterali ci conducono in una passeggiata tra le rovine crepuscolare e struggente. L’avvicinarsi incessante della fine viene segnalato attraverso apparecchi elettronici che registrano l’intensità delle radiazioni: eppure in questa Terra di Speranza c’è chi scopre di aspettare un figlio, come Yōichi e Izumi; o chi decide di sposarsi, come i giovanissimi Mitsuru e Yoko. Il ragazzo abbraccia la sua giovane amata ai piedi di una casa sventrata e rovesciata su un fianco, quasi un animale reificato nell’atto della morte. L’immagine, potentissima nella sua frontale evidenza, è quella di un romanticismo che nasce sull’abisso.

L’attenzione del regista si sofferma in particolare sugli Ono, una coppia di anziani – un uomo forte e protettivo, una donna di grande dolcezza ma affetta da Alzheimer – che decide di disobbedire all’ordine di evacuazione e restare nella propria abitazione: un mondo a parte, uno spazio atemporale e identitario in cui la vita scorre secondo modi e abitudini passate. Sono inquadra gli interni in forme classiche, secondo quell’arte grafica portata a perfezione da Ozu: simmetrie, pattern, equilibri geometrici; il senso di rassicurante stasi si sprigiona dall’armonia matematica di linee e prospettive. Ma è qui, nel perimetro della casa e della sua aiuola fiorita, che trova vita l’amore infinito tra i due coniugi. The Land of Hope non è solo un film su un presente di agonia, dove strade e macerie paiono sospirare sofferenti assieme ai fantasmi, ma è anche un’opera sull’infinità dell’amore che vince la tragedia e le sue irrazionali conseguenze. Il film sembra memore di Black Rain (1989) di Imamura e del suo finale dai colori saturi e commoventi, in cui gli affetti consolano la vita e la morte stessa.
Trattenendo l’impulso per il grottesco in una reticenza che mette ancor più in risalto la mancanza di senso delle decisioni delle autorità, Sono descrive l’assurdo di cui, improvvisamente, gli Ono si trovano circondati. Un nastro adesivo taglia in modo netto la zona radiattiva da quella legalmente “sicura”: la divisione attraversa la proprietà dei due anziani, separandoli dai propri alberi e dalla cuccia della cagnolina Peggy. “Non si può impedire all’aria di muoversi”, ma i poliziotti seguono le istruzioni in modo ottuso. La coppia rifiuta di abbandonare la casa e si ritaglia gli ultimi mesi di vita sovversiva, luminosa, colma di tenerezza e amore; un ritrovamento della giovinezza, un’amnesia salvifica dagli orrori del presente.
Sono, autore tanto turbolento quanto dotato d’una sensibilità estrema e sofferta, contrappone immagini di fiori alla morte ineluttabile e incolore. Il mondo umano si appressa a svanire, ma il cielo è di un delicato azzurro, e i fiori che Chieko cura giornalmente sono ancora trionfanti e bellissimi, di un rosa e rosso vivido, splendenti nel sole appassito. Chieko e Yasuhiko (interpretati in modo struggente dai grandi Isao Natsuyagi e Naoko Ōtani) si baciano in questo giardino impressionista, puri e innocenti come bambini, forti di un sentimento che vince il dolore e il tempo.
Con sincera commozione, il regista ci mostra Chieko vagare ignara nella città vuota, tra i muggiti sordi delle mucche abbandonate lungo la strada. La donna danza nella neve, vestita d’un kimono azzurro, immagine di vita candida e ludica che lascia un’impressione di profondo turbamento nello spettatore. L’Adagio dalla Sinfonia 10 di Mahler, con il quale Sono accompagnata il deragliamento sensoriale ed elegicaco della scena, travolge i sentimenti e li sublima nella nota più acuta. Dopo averla cercata a lungo, Yasuhiko raggiunge la donna e la carica sulle spalle, in un’ultima corsa di desiderio e libertà. I petali tremano al vento mentre la coppia sceglie il doppio suicidio come forma di eternità (“saremo insieme per sempre”) e mescolarsi a fiori e cielo, piangendo lacrime d’amore sul suolo attonito della Terra della Speranza.
























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