PERFECT BLUE (Pāfekuto burū, 1997), Satoshi Kon

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Satoshi Kon fu un cinefilo straordinario: fare animazione per lui significava potersi esprimere attraverso il linguaggio cinematografico con scrupolosa attenzione ai dettagli, ispirandosi ai “suoi” maestri: tra gli artisti preferiti (“ho i gusti di un vecchio eccentrico”, era solito dire) troviamo Hitchcock, Billy Wilder, David Lean, Tarkovskij e Kubrick, ma anche Peckinpah e Friedkin. Stranamente, parlando del cinema più amato, Kon non citava mai altri film di animazione: forse perchè il suo intento era di “animare la realtà”, trasformare il reale in un cinema dell’impossibile, popolato da incubi interiori, allucinazioni, misterioso come un flusso di coscienza.

Ci ha lasciato poche opere, ma tutte caratterizzate dall’implosione del reale in una dimensione soggettiva e febbrile. Dal gioiello metacinematografico Millennium Actress (2001)alla fantasmagoria di Paprika (2006), passando per la sperimentazione di Paranoia Agent (2004), Kon puntava a spalancare le porte della percezione e contaminare sogno e realtà in un’unica, delirante dimensione. In Perfect Blue Kon realizza sequenze d’una bellezza inesprimibile: il montaggio è rapido e ipnotico, l’uso del colore è concepito come assalto cromatico allo spettatore; e non teme, il regista, di mostrare il tabù, di immolare al pubblico la sua eroina, corrotta dalla violenza del mondo che la circonda.

Perfect Blue si apre sull’esibizione diella protagonista Mima come Tokyo Idol del gruppo Cham, tra preparativi frenetici, fan esaltati, luci del palcoscenico. Lo stile di Kon è straordinario: utilizzando un montaggio alternato, il regista mette a confronto lo spettacolo delle Cham con la vita quotidiana di Mima in una Tokyo grigia e disumanizzante, fatta di corse in metropolitana e notti solitarie nel piccolo appartamento. Nei primi minuti Kon introduce il tema dell’ossessione ma resta ancorato alla contingenza del reale; in particolare analizza, con poche scene taglienti, il fenomeno delle Idols e le contraddizioni di una cultura aggrappata a “idoli” da venerare su un palco per soddisfare le pulsioni degli spettatori. Le inquadrature di Mima, deformate prospetticamente, la mostrano letteralmente “tra le mani” del suo ammiratore più smanioso: la ragazza è un oggetto che danza sul palmo del suo stalker.

Costretta dal suo agente a lasciare il lavoro di Idol, ormai poco redditizio, Mima intraprende la carriera d’attrice lasciando i fan nello sconforto: ed è il drastico cambiamento di immagine a introdurre nella sua mente il germe della follia e la crisi d’identità. Il ruolo nella serie Double Bind impone a Mima di calarsi in un personaggio fortemente sessualizzato in un contesto exploitation, e il passaggio diviene anche attraversamento di una soglia percettiva in cui Mima perde i contorni di se stessa
Il film adotta un procedimento di ispirazione hithcockiana: sullo schermo compare un doppio la cui natura ci è oscura. La Mima-fantasmatica si muove tra vetri e specchi, ci fa sentire la sua voce (con effetti sonori da brivido) e agisce come un super-io crudele e vendicativo: si tratta di un doppio punitivo che si insinua nelle maglie del thriller.

Di fronte allo smarrimento del pubblico il regista non offre appigli, ma intensifica l’esperienza ipnotica con jump cuts, effetti sonori di continuità tra sogno e realtà, e uso metaforico del colore. Il bianco-innocenza investe di luce lo schermo, interrotto dal rosso sangue di misteriosi e cruenti omicidi. Satoshi Kon ha una visione totalizzante del cinema come strumento surrealista e persino veggente con cui indagare il reale: da questa concezione deriva la struttura particolare di Perfect Blue, i cui piani del racconto dialogano e si scontrano. Non sappiamo mai se ciò che stiamo osservando sia il presente di Mima, la sua immaginazione o sequenze della serie Double Bind a cui sta lavorando. Kon “scambia le battute” tra finzione e realtà; i personaggi si esprimono nel quotidiano come nell’illusione, vivere diviene recitare e viceversa.

Sono anche gli anni in cui il web diventa uno strumento popolare: Satoshi Kon anticipa, con lucidissima intuizione, la schizofrenia identitaria innescata dalla dimensione parallela della rete internet (Qualche anno dopo, Kiyoshi Kurosawa condurrà una ricerca analoga nel film Kairo, 2001).
Molti registi contemporanei amano il cinema di Satoshi Kon al punto da essersi appropriati di scene e inquadrature: come Cristopher Nolan, il cui Inception è una versione live-action di Paprika, o Darren Aronofsky, che ha acquistato i diritti di Perfect Blue per replicarne varie sequenze (tra cui quella nella vasca da bagno) in Requiem For A Dream e omaggiarne la trama in Black Swan.
Kon, scomparso troppo presto (a soli 47 anni), aveva imparato a muoversi al di sopra di ogni limite percettivo. Per questo motivo Perfect Blue appare nuovo a ogni visione: ci sarà sempre un riflesso che non avevamo notato in precedenza; una presenza, un’ombra allo specchio o una voce che scivola da una scena per entrare in un’altra, in una continuità normalmente vietata alle leggi spaziotemporali.
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English Version

Satoshi Kon was an extraordinary cinephile. Among his favorite artists (“I have the tastes of an eccentric old man,” he used to say) were Hitchcock, Billy Wilder, David Lean, Tarkovsky, and Kubrick — but also Peckinpah and Friedkin. Curiously, when speaking of the cinema he loved most, Kon never mentioned other animated films. Perhaps this was because his intent was to animate reality itself — to transform the real into a cinema of the impossible, populated by inner nightmares and hallucinations, as mysterious as a stream of consciousness.

He left us only a few works, yet all are marked by the implosion of reality into a feverish, subjective dimension. From the metacinematic gem Millennium Actress (2001) to the phantasmagoria of Paprika (2006), passing through the experimental Paranoia Agent (2004), Kon sought to fling open the doors of perception — blending dream and reality into a single delirious dimension. In Perfect Blue, he crafted sequences of indescribable beauty: the editing is rapid and hypnotic, the color a chromatic assault on the viewer. Unafraid of taboos, Kon exposes his heroine to the public gaze, sacrificing her to the violence of the world surrounding her.

Perfect Blue opens with its protagonist, Mima, performing as a Tokyo Idol in the group Cham — amid frenzied preparations, ecstatic fans, and the glare of stage lights. Kon’s style is extraordinary: through alternating montage, he juxtaposes Cham’s glittering show with Mima’s daily life in a gray, dehumanized Tokyo of subway rides and lonely nights in a small apartment. In these opening minutes, Kon introduces the theme of obsession while remaining anchored in the tangible real. With just a few sharp scenes, he dissects the Idol phenomenon and the contradictions of a culture clinging to figures of worship — idols on a stage fulfilling the audience’s repressed desires. Mima’s distorted, close-up shots literally show her “in the hands” of her most obsessive admirer: she is an object dancing in the palm of her stalker.

Forced by her agent to abandon the now unprofitable Idol career, Mima turns to acting, leaving her fans dismayed. This drastic change of image plants in her mind the seed of madness — the beginning of an identity crisis. Her new role in the TV series Double Bind requires her to inhabit a highly sexualized character in an exploitation setting; the transition also becomes a crossing of a perceptual threshold, where Mima begins to lose the boundaries of herself. The film employs a Hitchcock-inspired narrative technique: a double appears on screen, its nature unclear. The ghostly Mima moves through mirrors and glass, her voice echoing in chilling sound effects, acting as a cruel, vengeful superego — a punitive double woven into the thriller’s fabric.

Confronted with the audience’s disorientation, Kon offers no foothold. Instead, he intensifies the hypnotic experience through jump cuts, sonic bridges linking dream and reality, and metaphorical use of color. White — the color of innocence — floods the screen, interrupted by the blood-red of mysterious, brutal murders. Kon saw cinema as a total art form — surrealist and even clairvoyant — through which to probe reality itself. From this conception arises the unique structure of Perfect Blue, where narrative planes overlap and clash. We never know whether what we are watching is Mima’s present, her imagination, or scenes from Double Bind, the show she is filming. Kon lets dialogue and gestures “pass” between fiction and life; his characters speak and act in both realms — living becomes performing, and performing becomes living.

The film also reflects its time — the late 1990s, when the internet was becoming a popular tool. With astonishing clarity, Satoshi Kon foresaw the identity schizophrenia triggered by the parallel dimension of the online world (a theme that Kiyoshi Kurosawa would later explore in Pulse [Kairo, 2001]).
Many contemporary directors have admired Kon’s cinema so deeply that they have appropriated his imagery: Christopher Nolan’s Inception is essentially a live-action version of Paprika, while Darren Aronofsky purchased the rights to Perfect Blue to recreate several of its scenes (including the bathtub sequence) in Requiem for a Dream, and later paid tribute to its themes in Black Swan.
Gone too soon — at only 47 — Kon had learned to move beyond every perceptual boundary. This is why Perfect Blue feels new with every viewing: there is always a reflection we hadn’t noticed before, a presence, a shadow in the mirror, or a voice that slips from one scene into another — flowing across the borders normally forbidden by space and time.

6 risposte a “PERFECT BLUE (Pāfekuto burū, 1997), Satoshi Kon”

  1. Avatar SATOSHI KON, THE ILLUSIONIST (Satoshi Kon, l’illusionniste, 2021) Pascal-Alex VINCENT – Nubi Fluttuanti

    […] un cinema in cui realtà e finzione si amano (come in Millennium Actress) o si uccidono (come in Perfect Blue), lasciando sullo schermo i segni ipnotici di due mondi che il regista, come nessun altro, ha […]

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  2. Avatar stefanoramarro

    Ne ho sentito parlare parecchio. E anche da questo tuo articolo pare fantastico. Dovrò vederlo. Di questo regista ho visto solo Paprika e non era mica male. 😀

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    1. Avatar Marcella Leonardi

      Perfect Blue è fondamentale, spero tu lo veda presto. Grazie mille del tuo commento!

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  3. Avatar PAURE E FANTASMI GIAPPONESI PER LA NOTTE DI HALLOWEEN – Nubi Fluttuanti

    […] PERFECT BLUE (Pāfekuto burū, 1997), Satoshi KonCostretta dal suo agente a lasciare il lavoro di Idol, la giovane Mima intraprende la carriera d’attrice, ma il drastico cambiamento di immagine introduce nella sua mente il germe della follia. […]

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  4. Avatar TOKYO GODFATHERS (Tōkyō Goddofāzāzu, 2003), Satoshi Kon – Nubi Fluttuanti

    […] lo scrupolo realistico espresso in ogni sua opera: si pensi ai condomini e supermercati di Perfect Blue (1997), all’accurata ricostruzione degli studi cinematografici di Millennium Actress (2001) […]

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  5. Avatar IL CINEMA GIAPPONESE CONTEMPORANEO E LA SENSIBILITÀ DEGLI ANIME: INCROCI, SOVRAPPOSIZIONI – Nubi Fluttuanti

    […] di treni gremiti contrastano con le fragili identità di una giovinezza “fuori fuoco” (Perfect Blue, Satoshi Kon, 1997, Your name, Makoto Shinkai, 2016); un passaggio a livello attraversa i quartieri […]

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