Guardare Takano Tofu è come fare una passeggiata turistica nell’immaginario del cinema classico: Tatsuo Takano è un piccolo produttore di Tofu e ha un negozio “di quartiere” che a breve si troverà a competere con un grosso supermercato, come in Yearning (1964) di Mikio Naruse; inoltre, Takano vive e lavora con sua figlia Horu, con la quale ha un rapporto di grande intensità, così come accadeva in Tarda Primavera (1948) o Il gusto del Sakè (1962) di Yasujirō Ozu. I due trascorrono le giornate tra silenzi, piccole coreografie rituali, minimi gesti d’affetto. Il regista Miharu asseconda questi ripetitivi minuetti con una regia musicale, che combina inquadrature simmetriche, stacchi ritmati e asciuttezza documentaristica nelle fasi di preparazione del tofu.
Rimasta prematuramente vedova, Horu appassisce nella routine quotidiana e appare spesso chiusa in indecifrabili tristezze. Gli amici di Takano decidono di trovarle un marito e setacciano la provincia alla ricerca del candidato ideale, dando vita a sequenze comiche e gag slapstick, in cui la mimica di corpi e volti ne esalta la comicità paradossale. Il piccolo gruppo, che gravita in una bottega di barbiere, è la versione grottesco-popolare degli uomini d’affari che nei film di Ozu traevano enorme piacere nel combinare matrimoni, attività che li affrancava dalla monotonia delle grigie vite corporative.
Sembra dunque di tornare alle vecchie tematiche del cinema novecentesco nipponico pre-nouvelle vague: l’amore filiale, il rispetto per gli anziani, la necessità di “sistemare la propria figlia” attraverso un’accurata selezione dei pretendenti (a partire da un curriculum con fotografia), il tutto confezionato in un Giappone umile e tradizionale, fatto di pittoreschi vicoli e case popolari, scorci naturali di grande bellezza e personaggi ingenui e gentili. Takano Tofu è una vicenda pensata per le platee internazionali, alle quali consegna una cartolina convenzionalmente folcloristica ma anche delicata ed affettuosa, grazie alle interpretazioni di Tatsuya Fuji e Kumiko Aso, che imprimono commozione alla vicenda.
Figura di spicco delle correnti artistiche rivoluzionarie degli anni ’70 come interprete del perturbante Ai no korīda di Nagisa Ōshima (Ecco l’impero dei sensi, 1976), film che sovvertì gli stereotipi sulla sessualità al cinema, ponendo accanto a una pulsionale eroina femminile un protagonista maschile oggettivizzato, Tatsuya Fuji porta ancora sul volto i segni d’un passato fuori norma. Accigliato, introverso, ma anche pronto a far affiorare improvvisa l’emozione come lacrime tra le ciglia, il suo Takano cela tra i lineamenti severi una sensibilità ferita dal dolore di Hiroshima.
Il film è una dichiarazione d’amore a quest’interprete ancora grande, alla sua presenza carismatica, quasi aliena tra pareti domestiche e spazi modesti, troppo piccoli per contenerne il mito. Eppure Takano ha una sua dolcezza e verità, assume una vita propria oltre l’indelebile aura che circonda la figura di Fuji. L’attore si adatta con grande umiltà al suo personaggio semplice e tradizionalista, trascendendo i rischi del bozzettismo per regalarci un’anima tormentata e vera. Il piacere più grande è osservarne il volto, le reazioni, gli impacciati silenzi, specchio di un’interiorità a disagio con l’espressione delle proprie emozioni.
A sua volta la luminosa Kumiko Aso dà vita a una figura femminile non banale, ispirata al mistero della Noriko di Ozu (Setsuko Hara) e pronta a mettere in discussione l’autorità paterna tra dubbi e contraddizioni interiori. Anche lei, tra le lacrime, dichiarerà: “Con te, padre, la mia vita è stata felice”.
Nonostante l’impianto da commedia episodica, aleggia sul film un velo di morte e malattia, pesa la memoria cupa di Hiroshima, e dallo specchio luccicante del mare spira un vento nostalgico e funebre. Il Giappone di Takano Tofu si nutre di ricordi e consapevolezza della fine: forse tutto ciò a cui assistiamo è già fantasma, un mondo evanescente di cui è possibile cogliere la trasparenza. La bellezza di Onomichi appartiene a un’epoca trascorsa, ne preserva la luccicanza; tra vicoli e quartieri si consumano le ultime tracce di un’umanità pronta a sparire. Tutto ciò che è bello scorre come le acque.
























Scrivi una risposta a wombatprofoundly141ca8dc70 Cancella risposta