LEARN FROM EXPERIENCE, part I and II (Kafuku zempen/Kafuku kōhen), 1937, Mikio Naruse

Toyomi cede alle avances dell’aspirante diplomatico Shintaro quando questi le promette di sposarla. La giovane rimane incinta per poi vederlo sposare un’altra donna.

Realizzato secondo la tradizione del “grande dramma romantico in due parti” (che comprende film come Seven Seas di Hiroshi Shimizu, 1932, Aitzen Katsura di Hiromasa Nomura, 1938, fino ad Aoi Sanmyaku di Tadashi Imai, 1949), Learn from experience (I e II) asseconda il desiderio popolare di un cinema semplice ed emozionante, dai tratti esplicitamente melò. Mikio Naruse però non tradisce la sua natura di autore raffinato e dissemina il film di acute osservazioni psicologiche e sociali, trasformando una vicenda convenzionale in studio finissimo della natura umana.
Il regista si accosta al melodramma restituendo ogni emozione, ogni pensiero dei propri personaggi – in particolar modo femminili – con una verità priva di sovrastrutture e retorica, nella sua essenza momentanea e bruciante. Le donne di Naruse provano desideri, soffrono, prendono coscienza del proprio stato in modo naturale e privato; la grandezza di Naruse sta nel rendere con delicatezza un dramma intimo, individuale, che non ha alcuna pretesa di esemplarità e diventa universale proprio in virtù della sua discrezione. Il regista ci parla nel modo più autentico di gente comune, cogliendo l’essenza del genere shomingeki. La sua regia, meravigliosa, analitica, composta da sequenze brevi e armoniche, si serve di impercettibili metafore, figure retoriche ed ellissi che coniugano analisi profonda e distanza rispettosa.

Naruse non sfrutta mai le sue figure femminili per farne strumento di facili commozioni, né si abbandona alla piacevolezza di uno stile ornamentale – secondo il gusto dell’epoca, debitore delle avanguardie – fine a se stesso. Il suo linguaggio, elaborato e complesso, è anche perfettamente controllato, affinché i movimenti di macchina, la scelta di una transizione, l’uso del primo piano siano sempre a servizio della libertà dei suoi protagonisti. Sta allo spettatore cogliere il sentimento che si annida in una dissolvenza, la profonda tristezza di una passeggiata ripresa in piano sequenza o il movimento emotivo di un montaggio alternato, dove il tumulto dei pensieri è accostato a improvvisi fenomeni naturali, come una pioggia improvvisa o l’ingombro delle nuvole.

Nel suo rapporto con Shintaro, l’ingenua e fiduciosa Toyomi – dagli occhi puliti e dall’abbigliamento modesto e tradizionale – viene percorsa da sotterranei dubbi, che il regista esplicita con la mediazione formale. Si prenda ad esempio una delle prime scene, quando la giovane attende l’uomo che ama nel suo appartamento. La lunga attesa induce mutamenti d’animo e velature d’ombra: Naruse ci rende palpabile le tensione della ragazza e la crescente inquietudine rispetto all’entusiasmo iniziale. Una fotografia chiaroscurale, elaborata dal grande direttore della fotografia Mitsuo Miura, riveste la stanza di un reticolo d’ignoto. La scena è suddivisa in sequenze brevi, in cui Toyomi viene inquadrata da differenti prospettive e circondata da porte e finestre che, secondo la tipica struttura modulare, sembrano rinchiuderla in una gabbia. La prigionia è duplice: esteriore, per via dell’ambiguità del rapporto con Shintaro; interiore, poiché le sue sensazioni silenziose sono represse in un generale sessismo culturale che lei stessa ha interiorizzato. La condizione di Toyomi (che ha il volto gentile e misterioso della diva Takako Irie) è quella dell’attesa rassegnata, a cui si oppone invece lo spirito indomito dell’amica Michiko (Yumeko Aizome), antitradizionalista e priva di reticenze.

Shintaro, interpretato dal divo Minoru Takada, è invece il classico nimaime: l’uomo passivo, sospiroso, d’una viltà volubile e infingarda. Takada, interprete di grande talento e sensibilità, sa conferire a Shintaro uno struggimento sincero, ma anche superficialità e codardia. Il momento in cui si incapriccia di Yurie, dimenticando le promesse fatte a Toyomi, è gestito da Naruse con poche scene essenziali: il primo piano fresco e ridente di Yurie si sovrappone, con una dissolvenza incrociata, a un cielo limpido e infinito. Naruse inquadra la giovane dal basso, per far sì che la sua immagine riempia l’inquadratura: è così, in un breve istante, che il suo volto spazza via quello di Toyomi.
I successivi incontri tra Shintaro e Yurie hanno luogo in una dance hall, che ciclicamente, nella filmografia di Naruse, appare come luogo di lascivia d’importazione occidentale e quindi sinonimo di vacuità e disinvoltura etica.

Ma il vero colpo di scena del film, che enumera una serie di risvolti, imprevisti drammatici e “stagioni” sentimentali (rendendo i cuori umani così simili ai fenomeni naturali, secondo uno dei classici topoi di Naruse) è lo spostamento dell’asse sentimentale dal rapporto tra Shintaro e Toyomi all’amicizia femminile nel triangolo Toyomi-Yurie-Michiko. Nella seconda parte, Learn from experience diventa un film di donne e di tenerezza complice, dove l’attrazione tra opposti femminili determina una dinamica in continua trasformazione. Assistiamo alla trasformazione di Toyomi in donna “non soccombente”, in grado di far fronte alle difficoltà con una nuova consapevolezza di sé. Michiko e Yurie si contendono il suo affetto e gravitano attorno al suo magnetismo chiaroscurale; ancora una volta, l’universo femminile racchiude una segreta vita interiore preclusa al mondo maschile, disseccato dal lavoro, dall’ambizione e dal semplice egoismo.
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