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Asako, timida studentessa di Osaka, incontra Baku di cui si innamora, ricambiata. Bello e imprevedibile, Baku le promette eterno amore ma poi un giorno sparisce senza spiegazione, lasciando Asako senza respiro. Due anni più tardi a Tokyo, Asako incontra per caso Ryohei, la cui somiglianza con Baku è impressionante. Ma il fantasma del passato bussa alla porta e mette Asako di fronte a una scelta.
È molto interessante constatare come l’opera di Hamaguchi appartenga a un decennio in cui differenti registi si avvicinano all’amore per esaminarlo nel suo rapporto con l’identità: perdere se stessi, mandare in frantumi il proprio io abitudinario e logoro, ma anche scoprire un’identità nuova, confonderla, rubarla… Titoli come Your Name (2016, Makoto Shinkai), The real thing (2019, Kōji Fukada), ma anche Journey to the shore (2015, Kiyoshi Kurosawa) ci parlano di un amour fou in grado di restituirci un io più vivo e autentico, o di avviarci a un percorso – tanto sofferto quanto abbagliante – di scoperta del sé.
Hamaguchi trattiene il suo abituale impeto passionale e intellettuale verso la parola, e ricorre a uno stile classico che fa capo al nitore di Naruse: immagini di grande pulizia e concentrazione, colme di sottili sfumature, inserite in un discorso che fluisce con straordinaria naturalezza. Scorrono anni di vita che il regista unisce mediante “cuciture” invisibili, trascinandoci però all’interno di correnti emotive dense e intatte. Il tempo, secondo Hamaguchi, è una coordinata interiore e soggettiva; viviamo il tempo sentimentale di Asako, che cova dentro di sé un amore irrazionale e adolescenziale, distruttivo come un fenomeno naturale (le “piogge improvvise” di Naruse).
Il film gioca sul tema del doppio in modo inusuale: Baku è l’amore devastante e sensuale – si pensi all’incidente in motocicletta – mentre Ryohei è la quotidianità serena e casalinga, espressione di un romanticismo monotono e controllato (esemplare la scena che vede il ragazzo proporre il matrimonio mentre lava i piatti). Ma anche Asako si sdoppia in un altro da sé inconoscibile e imprevedibile, dominato dall’istinto.
Ed è proprio questo mistero femminile, che Ryohei contempla da ogni prospettiva – dall’alto del suo ufficio; frontalmente, nell’illusione di una evidenza che gli sfugge; o di nascosto, mentre la ragazza dorme, offrendo la parte più vulnerabile di sé – a imprimere un movimento alle cose. I sentimenti violenti, indomiti, ingiusti di Asako ridefiniscono non solo l’identità frantumata della ragazza ma sollevano il caos nell’animo di Ryohei, collocando il rapporto della coppia in una casa differente: un trasloco non solo letterale, quello della coppia a Osaka, ma anche simbolico, di sensazioni, affetti e paure.
Asako e Ryohei diventano due erranti, come tanti protagonisti di Naruse, pronti a inseguirsi in capo al mondo senza mai comprendersi pienamente, senza più fidarsi l’uno dell’altra, ma legati vicendevolmente ai propri reciproci abissi. Hamaguchi tratta la materia amorosa con concentrazione, servendosi di alcuni dei suoi tipici procedimenti stilistici come l’uso del camera car all’indietro a significare un “allontanamento” fisico ed emotivo, o lo sguardo in macchina (camera-look) per parlarci in modo diretto, sollecitare un’emozione forte e una familiarità con i personaggi.
Il cinema di Hamaguchi, formalmente controllatissimo e profondamente umanista, correlativo oggettivo di emozioni e sentimenti, compone un’armonia narrativa in cui ogni eccesso sentimentale, ogni perdita del sé trova il proprio posto: una “stanza” poetica e figurativa – lo spazio dell’immagine – in cui mediare l’incandescenza del vivere attraverso la rappresentazione. Come l’amato Cechov (suo autore di riferimento), il regista ci offre la possibilità di osservarci dentro i confini della messa in scena, ma lascia intuire i margini bui, l’incertezza di un oltre.


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English Version
Asako, a shy student from Osaka, meets Baku and falls in love with him, and he with her. Beautiful and unpredictable, Baku promises her eternal love, but one day he suddenly disappears without explanation, leaving Asako breathless. Two years later, in Tokyo, Asako happens to meet Ryohei, whose resemblance to Baku is uncanny. But the ghost of the past comes knocking, forcing Asako to make a choice.
It is fascinating to see how Hamaguchi’s work belongs to a decade in which different filmmakers have turned to love in order to examine its relationship with identity: losing oneself, shattering the habitual, worn-out self, but also discovering a new identity, confusing it with another, stealing it… Films such as Your Name (2016, Makoto Shinkai), The Real Thing (2019, Kōji Fukada), and Journey to the Shore (2015, Kiyoshi Kurosawa) speak of an amour fou capable of giving us back a more vital and authentic self, or of setting us on a journey – both painful and dazzling – towards the discovery of the self.
Hamaguchi restrains his habitual passionate and intellectual impulse towards language, turning instead to a classical style rooted in Naruse’s clarity: images of great purity and concentration, filled with subtle nuances, woven into a discourse that flows with extraordinary naturalness. Years of life pass before us, joined by the director through invisible “stitches,” yet drawing us deep into dense and undisturbed emotional currents. For Hamaguchi, time is an inner and subjective coordinate; we experience Asako’s emotional time, as she harbors within herself an irrational, adolescent love, destructive like a force of nature – Naruse’s “sudden rains.”
The film plays with the theme of the double in an unusual way: Baku embodies a devastating, sensual love – as suggested by the motorcycle accident – whereas Ryohei represents a peaceful, domestic everyday life, an expression of a monotonous and controlled romanticism (the scene in which he proposes marriage while washing the dishes is exemplary). But Asako, too, splits into an unknowable and unpredictable other self, ruled by instinct.
And it is precisely this feminine mystery, which Ryohei observes from every possible angle—from above, in his office; frontally, in the illusion of an evidence that continually eludes him; or secretly, while the girl is asleep, offering the most vulnerable part of herself—that sets things in motion. Asako’s violent, untamed, unjust feelings redefine not only the girl’s shattered identity but also unleash chaos in Ryohei’s soul, relocating the couple’s relationship into a different house: a move that is not merely literal, as the couple relocates to Osaka, but symbolic as well, involving sensations, affections, and fears.
Asako and Ryohei become two wanderers, like so many of Naruse’s protagonists, ready to chase one another to the ends of the earth without ever fully understanding each other, no longer trusting one another, yet bound to each other by their respective abysses. Hamaguchi approaches the stuff of love with great concentration, making use of some of his characteristic stylistic devices, such as the backward camera car, which signifies a physical and emotional “moving away,” or the camera-look, which addresses us directly, eliciting a powerful emotion and a sense of familiarity with the characters.
Hamaguchi’s cinema, formally controlled to an extraordinary degree and profoundly humanistic, an objective correlative of emotions and feelings, creates a narrative harmony in which every sentimental excess, every loss of self, finds its place: a poetic and figurative “room” – the space of the image – in which the incandescent intensity of living can be mediated through representation. Like his beloved Chekhov (a writer he has repeatedly identified as a reference point), the director gives us the possibility of observing ourselves within the boundaries of the mise-en-scène, while allowing us to glimpse its dark margins, the uncertainty of an elsewhere beyond.























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