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Nel 1933, il giovane regista Sadao Yamanaka gira il muto Nezumikozō Jirokichi: la storia del famoso bandito “buono” soprannominato Nezumikozō (il Topo), che ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Parlando del possibile progetto di Nezumikozō Jirokichi con il produttore Masao Maruyama, Rintarō dichiarò di voler dare la precedenza al proprio impulso creativo e ai propri desideri, piuttosto che alle richieste dell’industria:
“Non sono in grado di fare Demon Slayer, quindi perché non fare qualcosa nel mio stile? Perché non torniamo alle origini del cinema giapponese? Che ne pensi di Yamanaka?”

Rintarō e Maruyama si trovarono quindi in pieno accordo su una passione condivisa: quella per Sadao Yamanaka, un nome poco noto a gran parte del pubblico occidentale, ma che per il cinema giapponese rappresenta un maestro; un autore amato dai cineasti – Kiyoshi Kurosawa lo cita come sua costante ispirazione, riconoscendogli una sensibilità contemporanea, un’attenzione alle sfumature psicologiche e alle oscurità dei suoi personaggi. La critica lo considera inoltre uno dei principali artefici dell’evoluzione del jidaigeki in un genere ibrido e sfumato, di grande modernità linguistica, che contribuì in modo determinante a emancipare dai modelli più arcaici.

Nezumikozō Jirokichi è quindi un piccolo progetto d’amore, un’opera che si colloca in una nicchia assai circoscritta, ma che rappresenta una forma di resistenza artistica e il diritto di perseguire un cinema-desiderio, intessuto di ricordi, cinefilia, puro piacere slegato dal profitto. Un atto quasi eroico nel nostro momento storico.
Dopo una serie di presentazioni presso alcuni festival d’animazione, Nezumikozō Jirokichi è ora liberamente accessibile sulla piattaforma Youtube: una decisione di rara generosità in onore di Sadao Yamanaka, la cui eccezionale carriera fu interrotta da morte prematura, a soli 28 anni, mentre prestava servizio militare in Manciuria. Yasujiro Ozu lo pianse come amico e come artista tra i più grandi, capace di cambiare il corso della storia e con il quale condividere una medesima visione – quella dell’attenzione ai sentimenti umani e a un cinema “del gesto” più che dell’azione.

Nezumikozō Jirokichi è un corto animato di 23 minuti su un’assenza: uno dei numerosi film di Yamanaka andati perduti. Dell’autore non restano infatti che tre lungometraggi, dei ben 26 drammi in costume realizzati in soli cinque anni, tra il 1932 e il 1937. Tra questi c’è il muto “Jirokichi il ladro di topi” all’epoca suddiviso in tre parti, che Rintarō reinventa a partire dalle sceneggiature originali; un lavoro più fantastico che meramente filologico, il sogno di uno Yamanaka che torna a vivere e di cui il regista d’animazione si appropria amorosamente. Il suo Nezumikozō Jirokichi, storia di un bandito “giusto” e molto umano, è una fantasia in cui il bianco e nero è virato in blu, attraverso un’accurata ma poetica rievocazione di monocromo profondamente contrastato: blu come filtro onirico, cromatismo nostalgico, ma preciso nelle sue luci “di taglio”, alla ricerca di quel realismo perseguito da Yamanaka.

Splendido anche il lavoro sulle didascalie: nei suoi film muti, Yamanaka infatti lavorava sul ritmo e sull’integrazione degli intertitles affinchè creassero una struttura unica con le immagini. Una caratteristica distintiva del suo lavoro era l’ uso di un ritmo di 7-5 sillabe per le didascalie, alternate alla narrazione visiva in un unico flusso dinamico. Già nel muto, Yamanaka dimostrò grande sperimentalismo e volontà di superare la staticità tipica del periodo in un testo narrativo visivo vivo ed emozionante.
Rintarō persegue il medesimo obbiettivo e fa di Nezumikozō Jirokichi un corto animato dal ritmo irresistibilmente musicale, accentuato da una colonna sonora che sembra prendere spunto dalle percussioni del teatro tradizionale, reinterpretate attraverso sonorità moderne.

Sia Rintarō che Yamanaka sono infatti profondamente legati al teatro Noh e alle sue forme di stilizzazione, attualizzate mediante una prospettiva contemporanea. La grande originalità del cinema di Yamanaka risiede proprio nel discorso complesso tra presente e passato, e nella creazione di personaggi indiscutibilmente moderni per psicologia e umanità, ma la cui origine guarda alla tradizione. E qui entra il gioco lo splendido character design di Katsuhiro Ōtomo che crea volti essenziali, quasi maschere teatrali dalle espressioni minimali, ma che rivelano una profonda tensione spirituale. Da sottolineare, inoltre, come Rintarō si limiti, come il suo predecessore, a non “mostrare” gli omicidi, celandoli nell’inquadratura o tagliando rapidamente su immagini naturali; un modo per esprimere un’autentica sensibilità pacifista.

Rintarō sembra divertirsi moltissimo nell’inseguire le orme del maestro Yamanaka. Nezumikozō Jirokichi visivamente riprende le spezzature spaziali del suo cinema, le insolite prospettive dall’alto ma soprattutto lo “sguardo verticale”, la particolare composizione verticale dell’inquadratura, dall’accentuata profondità di campo. Uno stile che il già citato Kiyoshi Kurosawa considera come un manifesto di cinema “democratico”, aperto a tutte le classi sociali, ai personaggi marginali affacciati dalle numerose porte laterali; un cinema in cui chiunque può entrare e uscire di scena e portare un frammento della propria realtà. Rintarō lo riproduce con affetto visibile, e con gratitudine per un cinema tanto rivoluzionario quanto popolare; un nuovo jidaigeki non privo di humor, attento al quotidiano e alle vite degli ultimi.

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English Version

In 1933, the young director Sadao Yamanaka made the silent film Nezumikozō Jirokichi: the story of the famous “good” bandit known as Nezumikozō (The Rat), who robbed the rich to give to the poor.

Speaking about the possible project of Nezumikozō Jirokichi with producer Masao Maruyama, Rintarō stated that he wanted to give priority to his own creative impulses and desires rather than to the demands of the industry: “I’m not capable of making Demon Slayer, so why not make something in my own style? Why don’t we go back to the origins of Japanese cinema? What do you think of Yamanaka?”

Rintarō and Maruyama therefore found themselves in complete agreement over a shared passion: Sadao Yamanaka, a name little known to much of the Western public, but a master of Japanese cinema; a filmmaker loved by his fellow directors – Kiyoshi Kurosawa cites him as a constant source of inspiration, recognizing in him a contemporary sensibility, an attention to the psychological nuances and darkness of his characters. Critics also regard him as one of the principal figures in the evolution of jidaigeki into a more hybrid and nuanced genre, of great linguistic modernity, contributing decisively to its emancipation from more archaic models.

Nezumikozō Jirokichi is therefore a small labor of love, a work situated within a very narrow niche, but one that represents a form of artistic resistance and the right to pursue a cinema of desire, woven from memories, cinephilia, and pure pleasure detached from profit. An almost heroic act in our historical moment.
After a series of screenings at several animation festivals, Nezumikozō Jirokichi is now freely available on YouTube: a rare act of generosity in honor of Sadao Yamanaka, whose exceptional career was cut short by his premature death, at just 28, while serving in the military in Manchuria. Yasujiro Ozu mourned him as a friend and as one of the greatest artists, capable of changing the course of history and sharing with him a similar vision – one centered on attention to human feelings and on a cinema of “gesture” rather than action.

Nezumikozō Jirokichi is a 23-minute animated short about an absence: one of the many lost films by Yamanaka. Only three of the director’s feature films have survived, out of the 26 period dramas he made in just five years, between 1932 and 1937. Among them was the silent Jirokichi the Rat Thief, originally divided into three parts, which Rintarō reinvents from the original screenplays: a work more fantastic than merely philological, the dream of a Yamanaka brought back to life, lovingly appropriated by the animation director. His Nezumikozō Jirokichi, the story of a “good” and deeply human bandit, is a fantasy in which black and white is tinted blue, through an accurate yet poetic evocation of a deeply contrasted monochrome: blue as a dreamlike filter, a nostalgic chromatic quality, yet precise in its “cutting” lights, in search of the realism pursued by Yamanaka.

The work on the intertitles is also splendid. In his silent films, Yamanaka worked with rhythm and with the integration of the intertitles so that they would create a unified structure with the images. A distinctive feature of his work was the use of a 7–5 syllable rhythm for the intertitles, alternating with the visual narration in a single dynamic flow. Even in the silent era, Yamanaka demonstrated great experimentalism and a desire to overcome the period’s typical static quality, creating a living and emotionally engaging visual narrative. Rintarō pursues the same objective and makes Nezumikozō Jirokichi an animated short with an irresistibly musical rhythm, heightened by a score that seems to draw on the percussion of traditional theatre, reinterpreted through modern sounds.

Both Rintarō and Yamanaka are deeply connected to Noh theatre and its forms of stylization, brought up to date through a contemporary perspective. The great originality of Yamanaka’s cinema lies precisely in its complex dialogue between present and past, and in the creation of characters who are unquestionably modern in their psychology and humanity, yet whose origins look towards tradition. And here the splendid character design by Katsuhiro Ōtomo comes into play, creating essential, almost theatrical-mask-like faces with minimal expressions, yet revealing a profound spiritual tension. It is also worth noting how Rintarō, like his predecessor, refrains from “showing” the murders, concealing them within the frame or cutting rapidly to images of nature; a way of expressing an authentic pacifist sensibility.

Rintarō seems to be having enormous fun following in the footsteps of master Yamanaka. Nezumikozō Jirokichi visually reprises the spatial fragmentation of his cinema, the unusual high-angle perspectives, but above all the “vertical gaze,” the particular vertical composition of the frame, with its pronounced depth of field. A style that the aforementioned Kiyoshi Kurosawa considers a manifesto for a “democratic” cinema, open to all social classes, to marginal characters appearing through the numerous side doors; a cinema in which anyone can enter and leave the scene and bring with them a fragment of their own reality. Rintarō reproduces it with visible affection and with gratitude for a cinema that is both revolutionary and popular: a new jidaigeki, not without humor, attentive to everyday life and to the lives of the marginalized.

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Nubi Fluttuanti è un progetto di Marcella Leonardi dedicato al cinema giapponese classico e contemporaneo.
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