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Speciale “Kyoko Kagawa Rarities”, in occasione della retrospettiva dedicata alle pellicole rare interpretate dalla leggendaria attrice giapponese, presentata da Asia Society e Anthology Film Archives a New York dal 13 al 16 agosto 2026

Ad Ashiya, Shozo vive con la madre Orin e dedica alla gatta Lily un affetto quasi ossessivo. Dopo aver allontanato la moglie Shinako, Orin spinge il figlio a sposare la giovane e benestante Fukuko, attratta dalla sua dote. Shinako, ancora intenzionata a riconquistare Shozo, decide allora di servirsi proprio di Lily, chiedendo che la gatta venga affidata a lei. Dal romanzo di Jun’ichirō Tanizaki.

Dopo una lunga gavetta come assistente presso la Shochiku, Shirō Toyoda debutta alla regia per approdare successivamente alla Toho, specializzandosi in adattamenti letterari di cui viene considerato un maestro. Ed effettivamente le trasposizioni di Toyoda hanno qualità distintamente autoriali: lo spunto letterario è il pretesto per opere personali e composite, ritratti lucidi della società del tempo in cui le particolari scelte formali diventano strumenti per un’acuta analisi antropologica: si pensi a The Wild Geese (1953) dove i primissimi piani sul volto di Otama, la protagonista, ne restituiscono la soggettività in tumulto e il prepotente affiorare dell’io desiderante.

In Shozo, a Cat and Two Women, Toyoda parte dalla novella di Tanizaki per realizzare un film di straordinaria modernità, che attraverso la contaminazione di generi e stili – un classicismo percorso da una vena di instabilità, quasi un sotterraneo magma psicoanalitico – esercita uno sguardo divertito e “postmoderno” sui personaggi femminili, rappresentati come agenti del caos e sorretti da un’irriducibile selvatichezza.
Il semplice e pigro Shozo, uomo senza ambizione né qualità, vive d’amore per la gatta Lily: un sentimento che nel libro di Tanizaki assume esplicite sfumature erotiche e feticiste, con l’animale osservato quasi fosse un corpo femminile, nel suo languore ozioso e sensorialmente vibrante. Toyoda sposta la componente sensuale ed erotica sulle due mogli dell’uomo, Shinako (Isuzu Yamada) e Fukuko (Kyoko Kagawa), protagoniste opposte e speculari. Tanto la prima è riservata, tradizionalista e irrigidita nel kimono, quanto la seconda è capricciosa, giovane e occidentalizzata, dalla bellezza esplosiva rivelata dal costume da bagno. Entrambe, però, sono accomunate da un agire pulsionale, un sentire ferino che travolge il placido, passivamente egoista Shozo.

Lo sguardo di Toyoda è duplice: se da un lato i personaggi femminili appaiono governati da forze irrazionali, è anche chiara la prigione patriarcale all’interno della quale la psiche femminile esonda e si disperde in isterici atti di liberazione e sopravvivenza. Shozo vive il suo privilegio di maschio accudito da una madre di mentalità feudale (Chieko Naniwa), mentre Shinako e Fukuko sono vittime delle pesanti pressioni culturali dell’epoca, come l’urgenza di prendere marito, la necessità di trovare un sostentamento economico e una collocazione all’interno delle rigide strutture sociali. Se Shozo può permettersi indolenza e irresolutezza, le figure femminili sono invece costrette in un destino squilibrato, da cui scaturiscono emozioni e comportamenti parossistici.

Toyoda trasforma il suo sguardo analitico in puro spettacolo, allestendo un vaudeville in cui Shinako è la “donna della tradizione”, vittima della sua stessa mentalità conservatrice e di un maschilismo interiorizzato, mentre Fukuko è la nuova figura femminile nel Giappone del dopoguerra: inquieta, superficialmente americanizzata, sessualmente libera e priva di una direzione, quasi una scheggia impazzita tra le contraddizioni del periodo. E se Yamada è meravigliosa nel caratterizzare Shinako con le sue emozioni trattenute, le improvvise esplosioni di rabbia e gli irrazionali sensi di colpa, a Kagawa si deve un’interpretazione memorabile e dirompente, immagine di una gioventù vitalistica e convulsa.

Toyoda e il direttore della fotografia Mitsuo Miura collaborano per restituire il più possibile la natura umana nella sua immediatezza. Miura chiede che le interpreti non siano truccate e Toyoda le riprende con inquadrature estremamente ravvicinate: i volti sono contorti dalle emozioni nude.
Il corpo umano è l’elemento imprevedibile e dalla tridimensionalità quasi tangibile che si muove all’interno di inquadrature di interni affollati di cose e oggetti. Fukuko è corpo/desiderio, immagine di erotismo quasi infantile, volitivo e passionale. La ragazza stende le gambe al sole, si tuffa in acqua, si lascia carezzare i piedi da Shozo, e in una scena consuma eroticamente una banana: momenti di grande spregiudicatezza in cui Kagawa si dimostra completamente a suo agio, in grado di distruggere allegramente l’immagine di purezza e innocenza in cui spesso veniva categorizzata.

Yamada e Naniwa sono invece al centro di sequenze di pura commedia sociale, dove le due donne, strette tra le maglie delle convenzioni sociali, si dibattono tra astuzie, colpi bassi, inganni e vere e proprie messe in scena (ad esempio le finte malattie della madre, così farsesche che non sfigurerebbero in una commedia all’italiana).
Toyoda è abilissimo nel regalarci frammenti di vita nella provincia di Ashiya, in un brulicare di lavoratori, nullafacenti, venditori ambulanti, giovani senza morale e anziani curvi nell’afa estiva. Una pioggia torrenziale sembra lavare via i ricordi sulle spiagge riarse, mentre Shinako e Fukuko si confrontano in una vera e propria rissa in stile slapstick, tra prospettive distorte, piani ravvicinati e angoli olandesi. Due creature femminili belle, incontrollate e, agli occhi di Shozo, sede di quel demoniaco spaventoso che mina l’ordine maschile della società.

Tutti gli articoli sono protetti da copyright: © 2026 Marcella Leonardi. Tutti i diritti riservati.

English version

Special “Kyoko Kagawa Rarities”, marking the retrospective devoted to rare films starring the legendary Japanese actress, presented by Asia Society and Anthology Film Archives in New York from August 13 to 16, 2026.

In Ashiya, Shozo lives with his mother Orin and is almost obsessively devoted to his cat Lily. After driving his wife Shinako out of the house, Orin encourages her son to marry the young and wealthy Fukuko, attracted by her dowry. Shinako, still determined to win Shozo back, decides to use Lily herself, asking that the cat be entrusted to her. Based on the novel by Jun’ichirō Tanizaki.

After a long apprenticeship as an assistant at Shochiku, Shiro Toyoda made his directorial debut and later joined Toho, specializing in literary adaptations, of which he came to be regarded as a master. And indeed, Toyoda’s adaptations are unmistakably personal works: the literary source serves as a starting point for complex, highly individual films, lucid portraits of contemporary society in which formal choices become instruments of acute anthropological observation. One need only think of The Wild Geese (1953), where the extreme close-ups of the protagonist Otama’s face convey her turbulent subjectivity and the powerful emergence of a desiring self.

In Shozo, a Cat and Two Women, Toyoda takes Tanizaki’s novella as the basis for a film of striking modernity. Through a blending of genres and styles – a classicism shot through with instability, almost with a subterranean psychoanalytic magma – he casts an amused, “postmodern” gaze on his female characters, portrayed as agents of chaos and driven by an irreducible wildness.
The simple, lazy Shozo, a man without ambition or particular qualities, devotes himself above all to his beloved cat Lily. In Tanizaki’s book, this attachment takes on explicitly erotic and fetishistic overtones, the animal observed almost as though it were a female body, languid, idle and sensuously alive. Toyoda shifts much of this sensual and erotic charge onto Shozo’s two wives, Shinako (Isuzu Yamada) and Fukuko (Kyoko Kagawa), opposite yet mirror-like figures. Shinako is reserved, traditionalist, almost stiffened by her kimono; Fukuko is capricious, young and Westernized, her exuberant beauty displayed in a swimsuit. Yet both are driven by impulse, by a feral emotional force that overwhelms the placid and passively selfish Shozo.

Toyoda’s gaze is twofold: while the women appear to be governed by irrational forces, the patriarchal prison within which their emotions overflow and scatter into hysterical acts of liberation and survival is equally apparent. Shozo enjoys the privilege of a man cared for by a mother with a feudal mentality (Chieko Naniwa), while Shinako and Fukuko are subjected to the intense cultural pressures of the period: the urgency of finding a husband, the need for financial support and for a secure place within rigid social structures. Shozo can afford indolence and indecision; the women cannot, and their unequal circumstances erupt into extreme emotions and behaviour.

Toyoda turns this analytical gaze into pure spectacle, staging a kind of vaudeville in which Shinako is the “woman of tradition,” a victim of her own conservatism and internalized sexism, while Fukuko embodies a new female figure in postwar Japan: restless, superficially Americanized, sexually free and directionless, almost a loose cannon amid the contradictions of the period. If Yamada is wonderful in her portrayal of Shinako – her restrained emotions, sudden explosions of anger and irrational feelings of guilt – Kagawa gives a memorable, explosive performance, embodying the restless vitality of a new generation.

Toyoda and cinematographer Mitsuo Miura work together to capture human nature with the greatest possible immediacy. Miura asks the actresses not to wear make-up, while Toyoda films them in extremely tight close-ups: their faces twist under the pressure of raw emotion.
The human body becomes the unpredictable element, almost tangibly three-dimensional, moving through interiors crowded with objects. Fukuko is body/desire, the image of an almost childlike eroticism, wilful and passionate. She stretches her legs in the sun, dives into the water, lets Shozo caress her feet and, in one scene, suggestively eats a banana: moments of remarkable boldness in which Kagawa appears completely at ease, cheerfully shattering the image of purity and innocence in which she was so often cast.

Yamada and Naniwa, by contrast, are at the centre of sequences of pure social comedy, as the two women, caught in the web of social convention, resort to schemes, dirty tricks, deception and outright performance – such as the mother’s feigned illnesses, so farcical that they would hardly seem out of place in an Italian comedy.
Toyoda is remarkably skilled at capturing fragments of everyday life in Ashiya, amid a teeming world of workers, idlers, street vendors, amoral young people and elderly figures bent beneath the summer heat. A torrential downpour seems to wash away memories from the parched beaches, while Shinako and Fukuko confront one another in a full-blown slapstick brawl, filmed through distorted perspectives, close-ups and Dutch angles. Two beautiful, uncontrollable women who, in Shozo’s eyes, embody the terrifying demonic force that threatens the male order of society.

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