[English version below]
Realizzata dallo Studio DEEN, Junji Itō Maniac è la seconda trasposizione animata dei celebri manga ero-guro di Itō, dopo la Junji Itō Collection apparsa sulla piattaforma Crunchyroll (interamente dedicata agli anime) nel 2018.
Questa serie antologica comprende alcuni dei suoi racconti più celebri e scioccanti (come Strati di terrore, La città delle lapidi, L’autobus dei gelati, Il covo del demone del sonno, La Bulla) e ripropone alcuni dei protagonisti più amati dai fan – dal perverso adolescente Soichi, in cui il mangaka riversa il suo spirito macabro-ludico, alla giovane Tomie, bellissima e mortale, incarnazione di quel demoniaco femminile che già popolava il folklore classico.

Se i manga originali di Itō, dal bianco e nero denso e materico, aprono un varco nel reale per giungere alle sue viscere d’orrore, la versione anime (diretta da Shinobu Tagashira) si attiene a uno stile più piatto e uniforme, che sottrae incisività alla sua arte distintiva. I contrasti dei chiaroscuri, la densità dei volumi e la cura del dettaglio perdono intensità; i volti, che nelle tavole sono scavati dallo spavento o bizzarramente alterati nelle proporzioni, appaiono meno vivi e nervosi. Il comparto tecnico non sfrutta l’uso del colore a fini espressivi (se non in alcuni episodi particolarmente riusciti, come L’autobus dei gelati) e i fondali tradiscono le ristrettezze del budget. Nonostante i difetti, che i fan di Itō giustamente non perdonano, la serie può costituire un primo avvicinamento alla poetica dell’autore. Inoltre gli episodi portano un carico iconoclasta di onirismo e gusto del fantastico tali da scuotere, con un certo piacere vandalico, il mediocre catalogo Netflix.

Autore dal larghissimo seguito, creatore di un horror ero guro molto personale (meno erotico e sensuale rispetto, ad esempio, alle opere di Suehiro Maruo o Shintarō Kago), Junji Itō ha costruito, nel tempo, un universo dai tratti riconoscibili, ludico e deviato, privo di nostalgie e concentrato sull’osservazione del presente. Predominano, nei suoi atmosferici manga, la frantumazione della realtà, da cui fuoriescono “spore infette” (citando Cronenberg); la minaccia di un’alterità cosmica e inconoscibile pronta a dilagare nel quotidiano; l’orrore del corpo e le sue mutazioni, l’incapacità di controllare le funzioni biologiche, la deriva nella follia; e ancora la paura di animali, insetti (in particolare il frinire dei grilli, verso i quali l’artista nutre un profondo terrore), fino all’angoscia più grande, il non-riconoscimento del familiare.

Itō rivela il doppio demoniaco del mondo: i personaggi vengono divorati da un “altro se stesso” (Il demone del sonno), o vengono risucchiati da creature sovrannaturali (Palloncini appesi). Il sembiante è ingannevole: uno specchio d’orrore non-umano, deturpato da un ghigno, da occhi bianchi inespressivi, in un incubo perturbante senza fine. Già dal bellissimo intro capiamo che la poetica di Itō ha una predilezione ossessiva per la corruzione del “noto e familiare” da cui emerge, come in un negativo fotografico, un’alterità maligna e anormale. I confini tra le dimensioni sono labili e il male fuoriesce senza enfasi, viscido e inarrestabile, quale inevitabile componente del vivere. Sangue, esplosioni gelatinose, corpi che si svuotano e raggrinziscono, biologie impazzite: prevale una costante paura, giustificata dalla contiguità delle entità malvagie, pronte a prendere possesso della normalità distruggendola radicalmente.

I racconti di Itō rientrano in quella poetica del bizzarro e dell’horror che appartiene, variamente declinata, anche a tanto cinema giapponese: ad esempio, La città delle lapidi contiene una visione fantasmatica delle cose che ritroviamo nelle opere di Kiyoshi Kurosawa, ma senza la sua malinconia lirica e dolente; mentre I lunghi capelli in soffitta, con una protagonista dalla capigliatura assassina, rimanda agli eccessi fantastici di Exte: Hair Extensions (2007) di Sono Sion, dove lunghi capelli prendevano vita uccidendo chiunque.
Tra i migliori episodi va sicuramente segnalato L’autobus dei gelati, un perfetto horror composto da purissimi elementi cinematografici: sospensioni, silenzi, ellissi che aprono vasti vuoti, toni dell’assurdo esaltati dai colori pastello. L’episodio, di chiara matrice lovecraftiana (Itō cita spesso Lovecraft tra le sue maggiori ispirazioni, assieme ai racconti grotteschi di Edogawa Ranpo e al surrealismo di Dalì), è la messa in scena di una possessione inspiegabile, un color out of space che cresce in forme e sapori invitanti (forme gelatinose rosa, zuccherose e viscide) modificando la morfologia di chi ne viene a contatto sino a liquefarlo. Tipica dello stile di Itō è l’inquietudine che spira dalla banale evidenza di forme e prospettive, che acquisiscono una nitidezza indecifrabile e sinistra (come il bus minaccioso e antropomorfo), e che ritroviamo anche nella versione animata.

Meno riuscito è l’episodio dedicato a Tomie, studentessa assassina che muore e si autorigenera, in un ciclo divoratore in cui l’altro viene asservito e consumato. Tomie, forse il personaggio più popolare creato dal mangaka, è una donna-demone di cui solo l’immagine fotografica è in grado di rivelare il segreto. Emblema sovversivo, mistero femminile, Tomie è in grado di replicarsi come entità parassitica via via nuova e diversa (quasi una serie di variazioni di se stessa), di cui resta intatta l’imago intangibile e magnetica. Ma se nelle tavole manga questo personaggio è un capolavoro di body-horror, il cui corpo mostruoso spalanca riflessioni filosofiche, la versione anime trattiene solo una suggestione estetica e un disagio appena accennato.

Da sottolineare, infine, la bellezza del già citato intro (valorizzato dalla colonna sonora dei Madkid), sogno/incubo dai cromatismi psichedelici fondato sugli enigmi del doppio; mentre l’animazione dei titoli di coda, in cui Soichi viene ingoiato da un televisore maligno (come quello di Polteirgest, 1982, Videodrome, 1983, o Ringu, 1998), ci rammenta la fortuna di trovarci – per ora – al di qua dello specchio scuro.

English version

Produced by Studio DEEN, Junji Ito Maniac is the second animated adaptation of Itō’s celebrated ero-guro manga, following the Junji Ito Collection, which appeared on the anime streaming platform Crunchyroll in 2018.

This anthology series includes some of his most celebrated and shocking stories—such as Layers of Terror, Tomb Town, Ice Cream Bus, Den of the Sleep Demon and The Bully—and brings back several fan favourites, from the perverse adolescent Soichi, into whom the manga artist pours his macabre playfulness, to Tomie, beautiful and deadly, an embodiment of the demonic feminine that already haunted traditional folklore.

Where Itō’s original manga, with their dense, richly textured black and white, open a breach in reality to reach its horrific entrails, the anime version, directed by Shinobu Tagashira, adopts a flatter, more uniform style that blunts the impact of his distinctive art. The contrasts of light and shade, the density of forms and the meticulous detail lose their intensity; faces that on the page are hollowed out by terror or bizarrely distorted in their proportions seem less alive, less charged with nervous energy. The production makes little expressive use of colour, except in a few particularly successful episodes, such as Ice Cream Bus, and the backgrounds betray the limitations of the budget. Despite these flaws, which Itō’s fans rightly find unforgivable, the series may serve as an introduction to his artistic world. Moreover, the episodes carry such an iconoclastic charge of dream imagery and relish for the fantastic that they shake up Netflix’s mediocre catalogue with a certain vandalistic glee.

An author with an enormous following, and the creator of a highly personal form of ero-guro horror—less erotic and sensual than the work of Suehiro Maruo or Shintarō Kago, for instance—Junji Itō has gradually built a recognisable universe, playful and twisted, free of nostalgia and intent on observing the present. His atmospheric manga are dominated by the fragmentation of reality, from which “infected spores” emerge, to borrow from Cronenberg; the threat of an unknowable cosmic otherness poised to spread through everyday life; the horror of the body and its mutations, the inability to control biological functions, the descent into madness. There is also the fear of animals and insects—particularly the chirping of crickets, which inspire profound terror in the artist—and, ultimately, the greatest anguish of all: the failure to recognise the familiar.

Itō reveals the world’s demonic double: characters are devoured by an “other self” (Den of the Sleep Demon) or sucked in by supernatural creatures (The Hanging Balloons). Outward appearances deceive: a mirror of inhuman horror, disfigured by a grin or blank white eyes, in an endless uncanny nightmare. The beautiful opening sequence already reveals Itō’s obsessive fascination with the corruption of the “known and familiar”, from which a malignant, abnormal otherness emerges as though in a photographic negative. The boundaries between dimensions are fragile, and evil seeps through without fanfare, slimy and unstoppable, an inevitable part of living. Blood, gelatinous eruptions, bodies that empty out and shrivel, biological processes gone haywire: a constant fear prevails, justified by the proximity of malevolent entities ready to take possession of normality and destroy it utterly.

Itō’s stories belong to a tradition of the bizarre and horrific that also finds varied expression throughout Japanese cinema. Tomb Town, for example, contains a spectral vision of things that we encounter in the work of Kiyoshi Kurosawa, though without his aching, lyrical melancholy. Meanwhile, The Long Hair in the Attic, whose heroine has murderous hair, recalls the fantastical excesses of Sion Sono’s Exte: Hair Extensions (2007), in which long strands of hair came alive and killed indiscriminately.

Among the finest episodes is undoubtedly Ice Cream Bus, a perfect piece of horror built from purely cinematic elements: moments of suspension, silences, ellipses that open up vast gaps, and absurdist tones heightened by pastel colours. Clearly Lovecraftian in character—Itō often names Lovecraft among his chief inspirations, alongside Edogawa Ranpo’s grotesque tales and Dalí’s surrealism—the episode stages an inexplicable possession, a colour out of space that develops enticing forms and flavours: pink, sugary, slimy masses that alter the morphology of anyone who comes into contact with them, eventually causing them to liquefy. Typical of Itō’s style is the unease emanating from the sheer ordinariness of shapes and perspectives, which acquire an inscrutable, sinister clarity—as with the menacing, anthropomorphic bus—a quality that survives in the animated version.

Less successful is the episode devoted to Tomie, a murderous schoolgirl who dies and regenerates in a devouring cycle in which the other is subjugated and consumed. Perhaps the manga artist’s most popular creation, Tomie is a demon-woman whose secret only the photographic image can reveal. A subversive emblem, a feminine mystery, she can replicate herself as an ever-new, ever-different parasitic entity—almost a series of variations on herself—while her intangible, magnetic imago remains intact. Yet where the manga makes this character a masterpiece of body horror, her monstrous body opening up philosophical questions, the anime retains only an aesthetic impression and the faintest suggestion of unease.

Finally, the beauty of the opening sequence deserves emphasis: enhanced by Madkid’s music, it is a psychedelic dream/nightmare built around the enigmas of the double. Meanwhile, the closing-credits animation, in which Soichi is swallowed by a malevolent television set—like those in Poltergeist (1982), Videodrome (1983) or Ringu (1998)—reminds us how fortunate we are, for now, to remain on this side of the dark mirror.

2 risposte a “JUNJI ITŌ MANIAC: Japanese Tales of the Macabre (2023), Shinobu Tagashira”

  1. Avatar JAPANESE HORROR FOR HALLOWEEN – Nubi Fluttuanti

    […] JUNJI ITŌ MANIAC: Japanese Tales of the Macabre (2023), Shinobu TagashiraJunji Itō ha costruito, nel tempo, un universo dai tratti riconoscibili, ludico e deviato. Sangue, esplosioni gelatinose, corpi che si svuotano e raggrinziscono, biologie impazzite: entità malvagie prendono possesso della normalità distruggendola radicalmente.Junji Itō has gradually built a recognisable universe, playful and twisted, free of nostalgia and intent on observing the present. Blood, gelatinous eruptions, bodies that empty out and shrivel, biological processes gone haywire: malevolent entities take hold of the ordinary, destroying it completely. […]

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  2. Avatar JAPANESE NIGHTMARES – INCUBI GIAPPONESI – Nubi Fluttuanti

    […] JUNJI ITŌ MANIAC: Japanese Tales of the Macabre (2023), Shinobu TagashiraJunji Itō ha costruito, nel tempo, un universo dai tratti riconoscibili, ludico e deviato. Sangue, esplosioni gelatinose, corpi che si svuotano e raggrinziscono, biologie impazzite: entità malvagie prendono possesso della normalità distruggendola radicalmente.Junji Itō has gradually built a recognisable universe, playful and twisted, free of nostalgia and intent on observing the present. Blood, gelatinous eruptions, bodies that empty out and shrivel, biological processes gone haywire: malevolent entities take hold of the ordinary, destroying it completely. […]

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