[English version below]
L’occidente si sta finalmente accorgendo di Kiyoshi Kurosawa, che da quasi quarant’anni ritrae, con una nitidezza affilata e inquietante, lo stato d’animo contemporaneo in una realtà indecifrabile. Città livide, edifici diroccati e cantieri, luoghi fatiscenti seclusi tra l’erba alta e la vigile contemplazione degli alberi; ma anche appartamenti severi e ordinati, esistenze alla deriva tra simulacri di normalità. Nelle inquadrature di Kurosawa si avverte una dimensione ulteriore, sovrapposta alla percezione immediata del quotidiano: una stanza vuota accoglie, nella sua scabra e simmetrica nudità, una presenza fantasmatica; una soggettiva attraverso una porta è il segno di un osservatore altro; il vento che scuote le tende è un presagio nefasto, il richiamo brutale a una condizione dell’essere regolata da leggi irrazionali.
I protagonisti del suo cinema si muovono in una costante “imitation of life”, quasi una riproduzione automatica di gesti e situazioni: gli impiegati nel luogo di lavoro, le mogli nella malinconia di un interno familiare. Volti inespressivi celano una condizione di costante alienazione, talmente radicata da non recare più traccia di memoria; un furore raffreddato, alieno. Talvolta, come in Séance o Retribution, ai fantasmi è affidata una memoria di umanità, uno stupore attonito di cui gli umani non sembrano più essere capaci.

Nel breve spazio di 45 minuti, Chime raffigura in forme cristalline e cariche di turbamento la condizione umana presente. Sotto un cielo plumbeo, in un edificio grigio-metallo, lo chef Matsuoka impartisce lezioni di cucina a un piccolo gruppo di giovani studenti. L’incipit è una “discesa agli inferi”, con la macchina da presa che inquadra un groviglio di tubi e grondaie fino a scendere nell’aula, ordinata e simmetrica, dove si svolge la lezione.
È importante, per Kurosawa, che gli spazi siano sempre perfettamente geometrici, sezionati in prospettiva con un punto di fuga centrale: il tentativo di disciplinare, tramite la forma, un irrazionale pervasivo che obbliga al movimento e “mette in crisi” la centralità del personaggio.

A sovvertire la quiete interna all’inquadratura, in Chime, interviene anche la luce: la monotonia è interrotta da lampi – (prodotti dal passaggio del treno) – che appaiono e scompaiono, creando l’illusione di un’altra realtà contrastata e chiaroscurale. L’utilizzo di specchi riflettenti e l’accentuata profondità di campo liberano l’immagine da qualsiasi univocità e moltiplicano la presenza del doppio e dell’ombra: non solo avvertiamo il peso, denso e fantasmatico, di uno sguardo invisibile, ma gli stessi personaggi subiscono una scissione identitaria. Matsuoka si osserva spesso allo specchio, e nell’atto di guardarsi si realizza un passaggio da una coscienza all’altra.

La follia si insinua attraverso un suono – chime, un rintocco melodioso – che genera una mutazione in chi lo ascolta: un ordine sonoro, la nota di un risveglio demoniaco che impone di uccidere. Improvvisamente la ripetitività, conforme e ottudente, non è più possibile: la morte squarcia le pareti, la natura umana affiora in tutta la sua violenza attraverso un doppelgänger che si impadronisce del sé passivo e reclama un’anarchica vendetta.
Il tema del doppio da sempre è il cuore della poetica di Kurosawa, e si rispecchia anche nella scelta dei corpi attoriali ( Kōji Yakusho in Cure o Seance, Mutsuo Yoshioka in Chime), apparentemente anonimi, ma capaci di erompere in pulsioni feroci; un “risveglio” brutale in una realtà che non appare mai liberatoria, ma costringe a inseguire/fuggire da se stessi.

Matsuoka invoca la liberazione, urla; talvolta si placa e si rifugia in una finzione di vita familiare, ma il sorriso innaturale del figlio e la frustrazione della moglie – impegnata ogni giorno a smaltire enormi sacchi di lattine – ci precipitano in un universo surreale e bunueliano. Nell’incrocio di strade vuote, palazzi di cemento, ponti ripresi in campo lunghissimo, si staglia la figura di Matsuoka come un enigma. L’assenza di un controcampo risolutivo, o il mistero di una porta chiusa, sembrano non avere più nessuna importanza di fronte al vento che agita dolcemente i rami di un albero: “Mondo di sofferenza – eppure i ciliegi sono in fiore” (Kobayashi Issa, 1763-1828).

English version

The West is finally taking notice of Kiyoshi Kurosawa, who for almost forty years has portrayed the contemporary state of mind within an indecipherable reality with a sharp, unsettling clarity. Livid cities, crumbling buildings and construction sites, dilapidated places secluded amid tall grass and the watchful contemplation of trees; but also austere, orderly apartments, lives adrift among simulacra of normality. In Kurosawa’s compositions, we sense a further dimension, superimposed upon our immediate perception of everyday life: an empty room, in its stark, symmetrical bareness, harbours a ghostly presence; a point-of-view shot through a doorway signals an other observer; the wind stirring the curtains is an ill omen, a brutal reminder of a condition of being governed by irrational laws.
The protagonists of his cinema move through a perpetual “imitation of life”, an almost automatic reproduction of gestures and situations: employees in the workplace, wives in the melancholy of a domestic interior. Expressionless faces conceal a constant alienation, so deeply rooted that it no longer bears any trace of memory; a chilled, alien fury. Sometimes, as in Séance or Retribution, it falls to the ghosts to preserve a memory of humanity, a bewildered astonishment of which the living no longer seem capable.

Within the brief span of forty-five minutes, Chime depicts the present human condition in crystalline, deeply unsettling forms. Beneath a leaden sky, in a metallic-grey building, chef Matsuoka gives cooking lessons to a small group of young students. The opening is a “descent into hell”: the camera frames a tangle of pipes and gutters before descending into the orderly, symmetrical classroom where the lesson takes place.
For Kurosawa, it is important that spaces should always be perfectly geometric, articulated in perspective around a central vanishing point: an attempt to discipline, through form, a pervasive irrationality that compels movement and destabilises the character’s central position.

In Chime, light also intervenes to disrupt the stillness within the frame. Monotony is interrupted by flashes—produced by a passing train—that appear and disappear, creating the illusion of another reality, one of stark contrasts and chiaroscuro. Mirrors and pronounced depth of field free the image from any single meaning and multiply the presence of doubles and shadows: we not only feel the dense, spectral weight of an invisible gaze, but the characters themselves undergo a splitting of identity. Matsuoka frequently watches himself in the mirror, and the act of looking at himself brings about a passage from one consciousness to another.

Madness insinuates itself through a sound—a chime, a melodious ringing—that transforms those who hear it: an auditory command, the note of a demonic awakening that demands they kill. Suddenly, numbing, conformist repetition is no longer possible: death tears through the walls, human nature surfaces in all its violence through a doppelgänger that seizes the passive self and demands an anarchic revenge.
The double has always been at the heart of Kurosawa’s poetics, reflected also in his choice of performers and their physical presence—Kōji Yakusho in Cure or Séance, Mutsuo Yoshioka in Chime—outwardly unremarkable, yet capable of erupting into fierce, instinctual impulses. It is a brutal “awakening” within a reality that never offers liberation, but forces them to pursue—and flee from—themselves.

Matsuoka cries out for release, screams; at times he grows calmer and takes refuge in a fiction of family life. Yet his son’s unnatural smile and the frustration of his wife—occupied each day with disposing of enormous bags of cans—plunge us into a surreal, Buñuelian universe. Amid intersecting empty streets, concrete buildings and bridges filmed in extreme long shot, Matsuoka’s figure stands out like an enigma. The absence of a revealing reverse shot, or the mystery of a closed door, seems no longer to matter beside the wind gently stirring the branches of a tree: “A world of suffering—and yet the cherry trees are in bloom” (Kobayashi Issa, 1763–1828).


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