[English version below]
In questa celebre storia sceneggiata da Kōgo Noda, Kozo, figlio di un direttore d’ospedale, e Katsue, una giovane infermiera rimasta vedova e con una figlia a carico, si innamorano. I due pianificano di fuggire insieme a Kyoto per coronare il loro sogno d’amore, ma una serie di sfortunati malintesi, l’improvvisa malattia della figlia di lei e le rigide convenzioni della società dell’epoca portano a dolorose separazioni e ostacoli prima che i due possano finalmente riconciliarsi.
Ken Uehara era una giovane star nascente quando fu scritturato per interpretare Aizen Katsura (1938) al fianco di Kinuyo Tanaka. L’attore, negli anni seguenti, confessò di non aver amato molto il film, sia per gli sviluppi illogici della trama che per aver confinato la sua interpretazione allo stereotipo di rubacuori. Il divo, molto esigente, era anche critico nei confronti della politica della Shochiku, che sotto la guida di Shiro Kido prediligeva vicende quotidiane con un’enfasi sui personaggi femminili. Ironicamente, la fama di Uehara è legata soprattutto ad Aizen Katsura, un successo senza precedenti che trascinò al cinema folle di spettatori, con tanto di due sequel (giunti a noi incompleti). Il film che vediamo oggi è un montaggio delle tre parti, ridotte a 90 minuti, in cui i fatti essenziali vengono esposti in forma ellittica e frammentata, ma il carisma di Uehara e Tanaka traluce intatto.
Con la sua trama da melodramma urbano, il suo microcosmo di figure femminili semplici e vere (madri e lavoratrici, legate da solidarietà) e il trionfo di un amore improbabile tra due giovani di differente estrazione sociale, Aizen Katsura divenne l’apice del famoso “stile Shochiku Ofuna”: drammi o commedie dolceamare che avevano per protagonisti persone comuni in situazioni quotidiane.
Ad Aizen Katsura viene attribuito inoltre un merito particolare: quello di aver “spazzato via la cupa atmosfera dei tempi durante la guerra sino-giapponese” (1).
Il film non solo regalò, negli anni bui del conflitto con la Cina, un’evasione romantica e tenera che contrastasse con il rigore degli autoritarismi nazionalisti; ma con discrezione cercò di offrire un contributo verso la modernizzazione. Di lì a pochi mesi le autorità avrebbero promulgato la Legge sul cinema, esercitando un controllo sulle sceneggiature e favorendo temi di propaganda; ma in modo impercettibile, nel rispetto delle istituzioni, la timida romance di Aizen Katsura nutriva l’idea di una felicità soggettiva e di personaggi femminili dotati di volontà e desiderio.
Non stupisce che il film sia stato un successo immediato: già dall’incipit è possibile riconoscere la bravura del regista Nomura, che induce nello spettatore un sentimento di identificazione soffermandosi sui volti: prima quello di Katsue, poi quelli delle sue colleghe infermiere, che scorrono in espressivi carrelli laterali. Primi piani di donne comuni, figure femminili impegnate quotidianamente tra difficoltà economiche e obblighi sociali, in cui il pubblico si riconosceva naturalmente. Nomura alterna momenti di dramma a scene umoristiche che alleggeriscono il racconto, come la sequenza dello spettacolo allestito per Kozo, il figlio del direttore dell’ospedale: tra gag e momenti divertenti, il regista riesce però a delineare, con grande lucidità, le gerarchie di classe filtrandole attraverso la commedia.
La prima apparizione di Ken Uehara nei panni di Kozo lo mostra irraggiungibile, di un’eleganza quasi principesca. Con indosso uno smoking, Kozo è sofisticato ma anche dotato d’una modestia in controluce. La sua presenza felina si addolcisce di fronte all’innocenza dell’infermiera Katsue, e la loro reciproca attrazione dà luogo a una possibilità “sensazionale”: l’idea di una felicità oltre le convenzioni. Kozo e Katsue lentamente superano le differenze di status sociale, le circostanze e i malintesi per intrecciare le loro vite, affascinando le giovani spettatrici dell’epoca. Aizen Katsura stabilisce così uno degli archetipi più ricorrenti, e ancora attuali, del genere romantico.
La mano di Nomura è delicata; la sua macchina da presa, mobilissima, sembra avere anche una funzione psicologica attraverso l’osservazione attenta dei corpi, delle loro reazioni, dei movimenti nello spazio. Le pudiche esitazioni di Kozo e Katsue, durante la passeggiata nel bosco, quando si confessano davanti all’Albero dell’Amore, sono soffuse da un chiaroscuro che mette in risalto i moti del cuore. I sentimenti espressi sono semplici, ma Nomura li immerge nella grazia del komorebi (i raggi che filtrano attraverso i rami e le foglie degli alberi) preludendo alle luci e ombre che attendono la coppia, e che il desiderio “fuori norma” può comportare.
Parallelamente alla storia d’amore, Nomura “costruisce” anche la nuova coppia divistica, all’insegna delle sensazioni differenti scaturite dagli interpreti (la determinazione di Tanaka, il fascino affilato di Uehara). I due attori funzionano particolarmente bene insieme: conferiscono ai ruoli tratti tradizionali e moderni, cogliendone sfumature psicologiche e ambiguità, come la compresenza di remissività e intraprendenza.
Il cast del film è ricchissimo di star: troviamo Takeshi Sakamoto (il Kihachi di Ozu) invecchiato in modo posticcio; c’è Shin Saburi ancora giovane e dall’aria ribelle; c’è Tatsuo Saito nel cameo del produttore che scopre il talento canoro di Katsue. Ma soprattutto appare Michiko Kuwano (che morirà pochi anni dopo, a soli trentun anni), sensibile interprete nel ruolo di ragazza moderna ed emancipata. Con il suo talento, Kuwano evita il cliché della moga (giovane occidentalizzata) e restituisce un’immagine complessa, incantevole nel suo completo bianco, segnata da malinconie appena accennate. Anche se il suo ruolo rimane marginale, con la sua grazia lascia un’impressione indelebile nello spettatore.

Tra le scene memorabili, il mancato incontro della coppia alla stazione. Nomura crea tensione con un perfetto montaggio alternato e osa soluzioni molto belle, come una transizione-metafora d’amore: il regista dissolve in chiusura sul corpo di lui, e in apertura sul corpo di lei. Anche se i due innamorati non riescono a incontrarsi, la macchina da presa magicamente li riunisce in un corpo solo, legato indissolubilmente. Il genere “surechigai” (film sugli incontri mancati, sull’essere vicini senza vedersi) inizia a codificarsi a partire da Aizen Katsura. Molti anime contemporanei raccontano ancora questo tipo di storie.
Certe soluzioni ingenue, ad esempio il volto di Kozo che appare, immaginato da Katsue, nel tronco dell’albero, risultano datate ma con una loro grazia poetica e romantica. Nomura è propenso all’astrazione, come dimostra anche la scena finale nel teatro: dopo una spettacolare panoramica della sala, Katsue viene idealizzata da un’inquadratura astratta, su fondo nero. La sua candida uniforme veicola un sentimento di feticizzazione nei confronti della donna-infermiera, in grado di incarnare l’ideale giapponese della donna che “si prende cura” e ama in modo romantico ma anche materno e protettivo. L’importanza di Aizen Katsura è quindi nel suo collocarsi come fenomeno storico, culturale e sociale, in cui riconoscere i cambiamenti del paese, le passioni delle persone comuni e la traiettoria, sempre più netta, degli immaginari in evoluzione.
- Kinuyo Tanaka, the Great Actress of Universal Transience, Weekly Gendai, November 2021.
Tutti gli articoli sono protetti da copyright: © Marcella Leonardi. Tutti i diritti riservati.




English version
In this celebrated story scripted by Kōgo Noda, Kozo, the son of a hospital director, and Katsue, a young nurse who is widowed and has a daughter to support, fall in love. They plan to elope to Kyoto to fulfil their dream of love, but a series of unfortunate misunderstandings, the sudden illness of Katsue’s daughter, and the rigid conventions of the society of the time lead to painful separations and obstacles before the two can finally be reunited.
Ken Uehara was a rising young star when he was cast opposite Kinuyo Tanaka in Aizen Katsura (1938). In later years, the actor admitted that he had never been particularly fond of the film, both because of its illogical plot developments and because it confined his performance to the stereotype of a heartthrob. A demanding star, Uehara was also critical of Shōchiku’s production policy under Shiro Kido, which favoured everyday stories with an emphasis on female characters. Ironically, Uehara’s fame is chiefly associated with Aizen Katsura, an unprecedented hit that drew huge crowds to cinemas and spawned two sequels, both of which survive only in incomplete form. The version we see today is an edit of the three parts, condensed into 90 minutes, in which the essential events unfold in an elliptical, fragmented form, while Uehara and Tanaka’s charisma remains undiminished.
With its urban melodramatic plot, its microcosm of ordinary, authentic women (mothers and working women bound by solidarity), and the triumph of an unlikely love between two young people from different social backgrounds, Aizen Katsura became the pinnacle of the celebrated “Shōchiku Ofuna style”: bittersweet dramas and comedies centred on ordinary people in everyday situations.
Aizen Katsura is also credited with a particular achievement: that of having “swept away the gloomy atmosphere of the times during the Sino-Japanese War” (1).
Set against the dark years of the conflict with China, the film offered a tender romantic escape from the rigours of nationalist authoritarianism; yet, in its own discreet way, it also sought to contribute to social modernisation. Within a few months, the authorities would enact the Film Law, tightening their control over screenplays and encouraging propaganda themes. Yet, almost imperceptibly and without challenging the established institutions, the timid romance of Aizen Katsura nurtured the idea of individual happiness and of female characters endowed with their own will and desires.
It is hardly surprising that the film was an immediate success. From the opening sequence, the director’s skill is already apparent in the way he draws the viewer into the story by lingering on faces: first Katsue’s, then those of her fellow nurses, presented in expressive lateral tracking shots. These close-ups of ordinary women, going about their daily lives amid economic hardship and social obligations, were figures with whom audiences could readily identify. Nomura alternates dramatic moments with humorous scenes that lighten the narrative, such as the entertainment staged for Kozo, the hospital director’s son: through gags and comic situations, the director also manages to delineate class hierarchies with remarkable clarity, filtering them through comedy.
Ken Uehara’s first appearance as Kozo presents him as remote, with an almost princely elegance. Dressed in a tuxedo, Kozo is sophisticated, yet there is also an understated modesty about him. His feline presence softens in the face of the innocent nurse Katsue, and their mutual attraction opens up a “sensational” possibility: the prospect of happiness beyond convention. Kozo and Katsue gradually overcome their differences in social status, circumstances and misunderstandings to intertwine their lives, captivating the young female audiences of the time. Aizen Katsura thus establishes one of the most enduring archetypes of the romantic genre, one that remains relevant today.
Nomura’s touch is delicate; his camera, remarkably mobile, seems to serve a psychological function as well, through its attentive observation of bodies, their reactions and their movements through space. Kozo and Katsue’s shy hesitations during their walk in the woods, where they confess their feelings before the Tree of Love, are suffused with chiaroscuro that brings the stirrings of the heart into relief. The emotions portrayed are simple, but Nomura immerses them in the grace of komorebi (sunlight filtering through the branches and leaves of trees), foreshadowing the interplay of light and shadow that awaits the couple, and the consequences their “unconventional” desire may entail.
Alongside the love story, Nomura also “constructs” a new star pairing, drawing on the distinct impressions created by the two performers: Tanaka’s determination and Uehara’s razor-sharp charm. The two actors work particularly well together, bringing both traditional and modern qualities to their roles while capturing psychological nuances and ambiguities, including the coexistence of submissiveness and assertiveness.
The film boasts a remarkably rich cast of stars. Takeshi Sakamoto (Ozu’s Kihachi) appears artificially aged; Shin Saburi is still young, with a rebellious air; and Tatsuo Saito makes a cameo as the producer who discovers Katsue’s singing talent. Most notable, however, is Michiko Kuwano (who would die just a few years later, aged only thirty-one), a sensitive performer in the role of a modern, emancipated young woman. Through her talent, Kuwano avoids the cliché of the moga (a Westernised young woman), creating a complex portrait, enchanting in her white suit and marked by barely perceptible melancholy. Although her role remains a marginal one, her grace leaves an indelible impression on the viewer.
Among the film’s most memorable scenes is the couple’s missed encounter at the station. Nomura builds tension through perfect cross-cutting and ventures into striking formal territory, as in a transition that becomes a metaphor for love: the director dissolves from Kozo’s body at the end of one shot to Katsue’s body at the beginning of the next. Although the two lovers fail to meet, the camera magically brings them together as a single body, bound to one another inseparably. The surechigai genre (films about missed encounters, about being close to someone without seeing them) began to take shape with Aizen Katsura. Many contemporary anime still tell stories of this kind.
Certain naïve devices, such as the image of Kozo’s face appearing in the tree trunk as imagined by Katsue, may seem dated, yet retain a poetic, romantic charm. Nomura has a penchant for abstraction, as the final scene in the theatre also demonstrates: following a spectacular pan across the auditorium, Katsue is idealised in an abstract shot against a black background. Her pristine white uniform conveys a sense of fetishisation of the female nurse, who embodies the Japanese ideal of a woman who “takes care of others” and loves in a way that is both romantic and maternal, protective and nurturing. The significance of Aizen Katsura therefore lies in its status as a historical, cultural and social phenomenon, through which we can recognise the country’s transformations, the passions of ordinary people and the increasingly distinct trajectory of evolving collective imaginaries.
- Kinuyo Tanaka, the Great Actress of Universal Transience, Weekly Gendai, November 2021.






















Rispondi