EVIL DOES NOT EXIST – IL MALE NON ESISTE (Aku wa sonzai shina, 2023) di Ryūsuke Hamaguchi

[English version below]
Takumi e la figlia Hana vivono nel villaggio di Mizubiki, nei pressi di Tokyo. Come altre generazioni prima di loro, conducono una vita modesta assecondando i cicli e l’ordine della natura. Un giorno, gli abitanti del villaggio vengono a conoscenza del progetto di costruire, vicino alla casa di Takumi, un “campeggio di lusso”. Quando due funzionari di Tokyo giungono al villaggio per un incontro, diventa chiaro che il progetto avrà un impatto negativo sull’equilibrio ecologico dell’altopiano e sulla vita degli abitanti, in particolare di Takumi.

Parlando del suo film Ponyo sulla scogliera (2009), Miyazaki dichiarò che in natura “il male non esiste”. Da sempre proteso verso una nuova armonia tra uomo e ambiente, il grande animatore giapponese sottolineava l’esistenza di cicli naturali da assecondare e rispettare. Forse, anche per Hamaguchi la natura intesa come entità è priva di “male” e dotata di una sensibilità altra.
Il regista di Drive my car si allontana dai suoi caratteristici quadri urbani per inoltrarsi nel mistero delle cose naturali: una scelta nata grazie alla collaborazione con la compositrice Eiko Ishibashi, che vive in una zona rurale. Dalle differenti esperienze dei due artisti, Il male non esiste prende forma come progetto comune, riflessione sul contrasto tra l’artificialità della metropoli – con i suoi interni asettici e climatizzati, i ritmi innaturali e la progressiva “povertà” sensoriale – e la vita rurale scandita dal freddo, da delicati equilibri e dalla presenza di creature silenziose (alberi, animali). Nello script vengono trascritti episodi vissuti in prima persona dal regista (come quello dell’assemblea) e affiora, in crescendo, un grumo di violenza.

“Felice… chi comprende senza sforzo/ il linguaggio dei fiori e delle cose mute”, scrisse Baudelaire nella celebre poesia Elevazione, del 1857. In realtà nel film di Hamaguchi non esiste una “felicità” per chi abita nella natura, ma la tensione a un’armonia, una quotidiana operosità all’interno di una natura-cosmo dai tratti alieni e dai propri codici. Uno degli elementi più affascinanti del film è senz’altro il carattere animistico e inquieto del paesaggio naturale, che ci appare di per sé un “corpo” che respira, sibila, e talora pare emettere un sinistro movimento musicale di disappunto nei confronti della presenza umana.
Il piccolo nucleo familiare composto da Takumi e sua figlia Hana – segnati dall’assenza della figura materna e affettivamente trattenuti, afasici – ogni giorno è impegnato in un “viaggio conoscitivo” tra rami invernali, coltri di ghiaccio e specchi lacustri circolari e silenziosi. La luce e il gelo del paesaggio fanno di Takumi e Hana parte di un universo astratto e sconosciuto. Il bellissimo incipit del film realizza qualcosa di raro – una perfetta corrispondenza tra immagine e suono, tanto che sembra di assistere a un’inquietante sinfonia prodotta dalla foresta stessa. Hamaguchi lavora per confondere lo spettatore, mosso dall’intenzione di intensificare le sue capacità percettive ed emozionali: per molti aspetti il film ha carattere iniziatico.

Il piano sequenza iniziale, così come altri movimenti misteriosi – il camera car lungo il sentiero, o altre immagini di cui ci viene rivelato il carattere “soggettivo”, servono a sovvertire il nostro senso comune e ad aprirci all’esperienza della natura. Pervasi dal bianco della neve, dal cristallo dei ghiacci e dall’intrico dei rami (che sembra quasi comporre un linguaggio grafico, un alfabeto) procediamo lungo il film con un senso di stordimento, talora inebriante, altre volte colmo d’angoscia.
La natura di Hamaguchi, profondamente espressiva e dotata di una presenza arcana, ha molto in comune con la foresta minacciosa di Charisma (1999) di Kiyoshi Kurosawa: anche in quel caso ci trovavamo di fronte a un mondo naturale “inaccessibile” agli inesperti, eppure di grande e rovinoso magnetismo. Lo spazio ambientale de Il male non esiste, dalla purezza intangibile e severa, appare turbato dalla presenza umana; un’inquietudine aliena pare irradiarsi dal paesaggio, lasciando emergere oscurità inconsce.

Mentre sullo schermo appare il volto di un cervo, o scorre il reticolato dei rami contro il cielo, ci chiediamo: chi davvero guarda, chi viene guardato? Il male non esiste ci dà la sensazione di essere giudicati dagli alberi, osservati da un universo cui l’essere umano non riesce ad aderire se non portando un cumulo pulsionale irrisolto.

Tutti gli articoli sono protetti da copyright: © 2026 Marcella Leonardi. Tutti i diritti riservati.

In Italia il film è edito da CG ENTERTAINMENT

English Version
Takumi and his daughter Hana live in the village of Mizubiki, near Tokyo. Like the generations before them, they lead a modest life in harmony with the rhythms and order of nature. One day, the villagers learn of a plan to build a luxury campsite near Takumi’s home. When two representatives from Tokyo arrive for a public meeting, it soon becomes clear that the project will have a damaging impact on the ecological balance of the plateau and on the lives of its inhabitants, especially Takumi’s.

Speaking about Ponyo (2009), Hayao Miyazaki once remarked that, in nature, “evil does not exist.” Long committed to envisioning a renewed harmony between humanity and the natural world, the great Japanese animator emphasized the existence of natural cycles that must be respected rather than controlled. Hamaguchi, too, seems to conceive of nature as an entity untouched by “evil,” endowed instead with a different kind of sensibility.

The director of Drive My Car leaves behind the urban settings that have characterized much of his cinema to venture into the mystery of the natural world. The film originated through his collaboration with composer Eiko Ishibashi, who lives in a rural area. Drawing on the contrasting experiences of the two artists, Evil Does Not Exist emerged as a shared project: a meditation on the conflict between the artificiality of metropolitan life—with its sterile, climate-controlled interiors, unnatural rhythms, and gradual sensory impoverishment—and the rural world, shaped by winter, delicate ecological balances, and the silent presence of trees and animals. The screenplay incorporates episodes personally experienced by the director, including the village assembly, while beneath its quiet surface a growing current of violence gradually emerges.

“Happy is he who effortlessly understands / the language of flowers and silent things,” wrote Baudelaire in his celebrated poem Elevation (1857). Yet Hamaguchi’s film offers no such happiness to those who inhabit nature. Instead, it depicts the constant striving toward harmony: a daily labor carried out within a cosmic nature that remains alien, governed by its own inscrutable codes. One of the film’s most fascinating qualities is the animistic and restless character of its landscape, which appears as a living body—breathing, whispering, and at times producing an ominous, almost musical murmur of disapproval toward human presence.

Takumi and his daughter Hana, bound together by the absence of the mother and by an emotionally restrained, almost aphasic relationship, undertake each day a quiet journey of discovery through bare winter branches, frozen blankets of ice, and still, circular lakes. The light and the frost seem to absorb them into that abstract and unknowable universe which temporarily shelters us all. The film’s magnificent opening sequence achieves something rare: a perfect correspondence between image and sound, creating the impression of an unsettling symphony performed by the forest itself. Hamaguchi deliberately seeks to unsettle the viewer, intensifying perception and emotional awareness. In many respects, Evil Does Not Exist possesses the qualities of an initiation.

The opening long take, together with other mysterious camera movements—the tracking shot along the forest path, or images later revealed to possess a subjective nature—serves to overturn our ordinary assumptions and open us to a different experience of nature. Surrounded by white snow, crystalline ice, and an intricate network of branches that almost resembles an unknown alphabet, we move through the film in a state of disorientation, at times exhilarating, at others filled with dread.

Hamaguchi’s nature, profoundly expressive and endowed with an arcane presence, recalls the threatening forest of Kiyoshi Kurosawa’s Charisma (1999). There, too, the natural world appeared inaccessible to the inexperienced, yet irresistibly magnetic and ultimately destructive. The landscape of Evil Does Not Exist, with its austere and untouchable purity, seems disturbed by the mere presence of humankind; an alien unease radiates from it, bringing unconscious darkness to the surface.

As the face of a deer fills the screen, or as the lattice of branches stretches across the sky, a question inevitably arises: who is truly looking, and who is being looked at? Evil Does Not Exist leaves us with the unsettling sensation of being judged by the trees themselves, observed by a universe to which human beings can never truly belong, burdened as they are by unresolved instinct and desire.

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2 risposte a “EVIL DOES NOT EXIST – IL MALE NON ESISTE (Aku wa sonzai shina, 2023) di Ryūsuke Hamaguchi”

  1. Avatar TAG (Riaru Onigokko, 2015), Sion Sono – Nubi Fluttuanti

    […] che spira dal paesaggio naturale (riscontrato in altri autori, ad esempio l’Hamaguchi di Evil does not exist), la metafora di un male invisibile pervadono il film, nelle forme originali e deragliate che […]

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  2. Avatar Under the Blossoming Cherry Trees (Sakura no mori no mankai no shita, 1975), Masahiro Shinoda – Nubi Fluttuanti

    […] soffiato dal vento. Così come Shinoda, anche Kiyoshi Kurosawa in Charisma o Ryūsuke Hamaguchi in Il male non esiste ci raccontano di una natura aliena e gelida, dotata di un proprio “istinto” e sprezzante delle […]

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